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Bob Mould – Sunshine Rock

Alla notizia di “un altro disco di Bob Mould”, magari qualcuno avrà pensato “stavolta passo”. Beh, non certo io che ho imparato la lezione impartita da quel vecchio adagio che dice che le cose cominci ad apprezzarle solo quando rischi di perderle. Ecco, magari non tutti lo ricordano, ma qualche anno fa abbiamo rischiato davvero di non avere più nessun altro nuovo disco di Bob Mould.

Eh sì, perché dopo  il cupo disco omonimo del  1996 e gli ultimi fuochi di “Last Dog And Pony Show” del 1998, l’ex Hüsker Dü aveva dichiarato di non voler più suonare la chitarra. Dichiarazione che diede inizio a un periodo piuttosto confuso per il musicista natio di Malone, Stato di New York. Dapprima tentò la carta dell’elettronica con lo sconcertante “Modulate”, cui aveva fatto subito seguito il quasi ripensamento di “Body of Song”, disco interlocutorio  a metà strada tra il vecchio e il nuovo corso per poi pubblicare  due dischi che tornavano alla scrittura più classica, richiamando  la miscela elettro acustica di “Workbook” senza tuttavia spingersi oltre l’aggettivo “piacevole” che per un disco di Bob Mould non è certo un complimento.

Dopo quel periodo di confusione, mi piace pensare che Mould abbia realizzato che le due cose che sapeva fare meglio erano “picchiare duro” e scrivere grandi canzoni e che le due cose insieme formavano ancora una combinazione irresistibile.
E così decise di … ricominciare da tre! Cosa c’era di meglio che ripartire dalla formazione in trio e dalle basi del rock’n’roll? In fondo era proprio con la classica formazione triangolare che aveva dato il meglio di sè: insieme a Grant Hart con gli Husker Du aveva creato un ponte tra punk e pop, inventando di fatto l’alternative rock. Con il super trio insieme a Anton Fier (Feelies) e Tony Maimone (Pere Ubu) aveva mostrato tutta la sua statura autoriale e infine aveva scritto alcune delle pagine più memorabili di power pop con gli Sugar.
Messa in piedi una nuova formazione, trova nel batterista John Wurster e nel bassista Jason Narducy una sezione ritmica instancabile ed esplosiva, supporto ideale per far rinascere la terza componente fondamentale della poetica mouldiana: la rabbia esistenziale, il carburante capace di  riportare in auge il Mould chitarrista, tanto bravo quanto ingiustamente poco considerato.
La deflagrazione avviene  con “Silver Age” che, al contrario del titolo che poteva far pensare a un disco senile, era pura dinamite, formata da canzoni finalmente tornate a livelli che parevano ormai definitivamente dimenticati. Insomma “un altro disco di Bob Mould” ma di quelli buoni, molto buoni, un ritorno sicuramente inatteso e il miglior disco dai tempi degli Sugar.

Ritrovata  formula vincente e tocco magico, toccò a “Beauty And Ruin” il difficile compito di ripeterne le gesta, un lavoro con risultati simili seppur leggermente inferiori, ma che vantava due tra le canzoni più vicine agli Hüsker Dü tra quelle scritte durante la carriera solista (“Kid with the crooked face” e “Hey Mr Grey”).
Con il seguente e comunque valido “Patch The sky”, pervaso da atmosfere più cupe, iniziò a insinuarsi quel sospetto che sotto la stessa formula si celasse una certa stanchezza e che in fondo di “un altro disco di Bob Mould” potessimo fare anche a meno.

Tornando a oggi posso dire di essere grato alla vocina interiore che mi ha convinto a dare un’altra chance all’artista newyorchese e al suo “Sunshine rock”.
Un titolo niente affatto casuale. No, non si tratta di  una versione power pop dei Beach Boys, ma di un Mould che, pur non distanziandosi molto dalla formula della rinascita, mostra un lato più solare. Le melodie tipiche dell’autore,  spesso utilizzate come “mezzo di contrasto” per testi carichi di rabbia e disperazione, questa volta vengono lasciate libere di esprimere la propria natura.
La title track in tal senso è significativa: la ritmica sostenuta e il solito grande lavoro chitarristico dell’autore sono arricchiti, in maniera misurata ma efficace, da coretti, archi e tastiere con un risultato irresistibile e contagioso.
Il resto del disco mostra un suono più diversificato e meno monolitico e monotono rispetto alle ultime prove.
“Sunny Love Song” è proprio quello che promette il titolo, una canzone d’amore sotto spoglie power pop e rallegra il cuore sentire Bob cantare, dopo tanti dolori:

LEGGI  Hüsker Dü - Too Far Down

“My troubles, they have ended
My sorrows ended, too
I should write a sunny love song every day
I will shine so bright on you, so true”

Nella stupenda “The Final Years”, costruita attorno a un incisivo giro di basso e a tocchi delicati di tastiere e archi, un pacificato Mould si chiede dove sia finita tutta la sua rabbia e si domanda cosa riservino gli anni finali della nostra vita. Forse la canzone  migliore del lotto.

La riuscita “Lost Faith” si segnala come l’episodio più insolito con le sue ritmiche sincopate e un basso quasi post punk che si risolvono poi in un ritornello potente e tipico dell’autore, mentre tra le ballate si distinguono la delicata e acustica “Sunshine Camp” e la conclusiva ed epica “Western Sunset”, adornata da coretti beach boysiani e arrangiamenti di archi questa volta veramente sunshine pop.
Per il resto, non temete, non mancano i soliti brani rocciosi come “Thirty Dozen Roses” che richiamerebbe i Pearl Jam di “Vitalogy” se solo Mould non fosse arrivato prima, “What you want me to do”, “Irrational poison” e “I fought” con il suo finale mozzafiato.

Insomma “un altro disco di Bob Mould”? Sì grazie! (Voto: 7,5)

Post Scriptum. C’è un grande assente (annunciato) in questo disco, ovvero Grant Hart, l’ex compagno di Mould negli Hüsker Dü, morto nel 2017. Annunciato perché era ovvio che Mould non ne avrebbe parlato, coerentemente con quanto fatto negli ultimi 30 anni. E non sappiamo se abbia sofferto o se invece era solo un capitolo chiuso da tempo nella sua vita ma, indipendentemente dalle sue ragioni, il suo silenzio in un mondo in cui il privato è andato a farsi fottere ci sembra corretto e giusto…

Tuttavia scagli la prima pietra chi è innocente. Ditemi, voi amanti degli Hüsker Dü, se non avete sognato – almeno per un attimo – che il primo disco successivo alla morte del compagno/rivale di una vita non potesse essere proprio  il capolavoro definitivo dedicato a Grant? Veramente non avete immaginato di dimenarvi con le lacrime agli occhi, immersi in una tempestosa elegia punk rock ispirata all’ex sodale? Lo so: era un sogno, morto prima ancora di nascere, ma cos’è il rock’n’roll se non un sogno che ci accompagna da quegli “anni importanti” fino a questi “anni finali”? E quindi perché non continuare a sognare….?



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