Dopo un lavoro discontinuo come “Inumani”, tornano i Tre Allegri Ragazzi Morti con un disco brillante che ce li restituisce nella forma migliore. Considerata la recente e proficua sbandata di Toffolo per la cumbia colombiana, era lecito aspettarsi che, dopo gli innesti di reggae e dub, il suono del gruppo potesse subire ulteriori contaminazioni… Ebbene, sappiate che nel nuovo lavoro, “Sindacato dei sogni”, non vi è traccia di ritmi sudamericani, piuttosto si torna al beat n’ roll semplice e immediato che ha sempre caratterizzato il sound del gruppo di Pordenone, che – per dirla con Lou Reed – ha finito per crescere in pubblico, migliorando ad ogni disco la propria formula figlia tanto degli Smiths quanto dei Ramones.
Un gruppo che si inventava la formula della band-fumetto (anni prima del trionfo dei Gorillaz), rimanendo sempre rigorosamente indipendente (vedi l’esperienza felice de La Tempesta) e senza mai perdere il proprio particolarissimo teen spirit, coniugandolo piuttosto con la maturità (o l’immaturità) che solo l’età adulta può portare.
Paradosso questo che meriterebbe ben altro spazio che questa segnalazione… qua vi basti sapere, tornando al disco, che la scrittura è solidissima e non mostra mai alcun cedimento nel mettere in fila dieci canzoni rese memorabili da melodie ariose e capaci di far dispiegare il canto, che sembrano chiedere a gran voce il singalong del concerto.
La produzione curata da Matt Bordin (musicista di pregio cui già dobbiamo il garage dei Mojomatics e le avventure avant-psichedeliche della Squadra Omega) risulta eccellente per gli equilibri ritmici, le timbriche delle chitarre e soprattutto per l’utilizzo parsimonioso, ma efficace di elementi esterni al sound basico del gruppo, orgogliosamente ancorato alla combinazione chitarra-basso-batteria. E così funzionano a meraviglia il sax di “C’era un ragazzo che come non somigliava nessuno” o l’armonica e gli archi che fanno capolino nella splendida “Bengala”. Elementi perfettamente integrati nel sound minimale dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Operazione peraltro nient’affatto semplice: il gusto naif che rende speciale la loro musica si basa su un equilibrio così fragile che un nulla può inclinarlo (vedi ad esempio gli interventi chitarristici su “Inumani” che finivano per lacerare la carta velina che avvolge le canzoni di Toffolo).
Restano ancora da segnalare le chitarre tremolanti e psichedeliche di “Caramella”, il groove serrato di “Mi capirai (solo da morto)”, la ruota continua tra ritornello e bridge di “AAA Cercasi”, per finire con i ritmi krauti e gli arpeggiatori della maratona finale di “Una ceramica italiana persa in California”.
Toffolo ha dichiarato che avrebbe voluto fare un disco molto più krauto: magari al prossimo giro, Davide. Per il momento, va benissimo così. (Voto: 8,00).




