Due delle artiste più importanti della scena elettronica attuale, Holly Herndon e Jlin, hanno pubblicato un nuovo brano intitolato “Godmother”. A dare rilevanza alla notizia provvede la peculiare modalità con cui il brano è stato creato. “Godmother”, infatti, è stato “generato” da una intelligenza artificiale (“A.I. Baby”) chiamata Spawn che, dopo aver ascoltato il lavoro dei “genitori”, ovvero le suddette Herndon e Jlin, ha poi provato a rifarne una copia, come quei bimbi che si mettono gli abiti della mamma o che sbavano le labbra con un rossetto troppo grosso. Pertanto, prima di giudicare il lavoro della piccola Spawn, occorrerà prima ascoltare la musica di genitore 1 e genitore 2: capirete che la mela non cade lontano dall’albero nemmeno nella sua declinazione informatica. Ed è proprio partendo dalla similitudine con la musica dei propri “genitori” che la Herndon arricchisce l’esperimento con considerazioni teoriche legate ai riflessi che tali operazioni possono avere sul copyright: se già il campionamento poneva problemi in merito alla proprietà intellettuale, come ci si porrà in futuro nei confronti di intelligenze artificiali capaci di imitare stili compositivi e caratteri vocali?

Holly Herndon & Jlin (feat. Spawn) - Godmother (Official Video)

Certamente si tratta di spunti di riflessione interessanti, ma un’operazione di questo genere spinge anche a interrogarsi sui motivi che ci inducono ad ascoltare certe musiche sperimentali e sulla loro capacità di indicare vie e percorsi futuri. Autori come Jlin o Holly Herndon, pur suonando generalmente ostici all’orecchio medio, possiedono infatti un indubbio fascino nella loro capacità di formulare ipotesi futuristiche circa gli sviluppi della musica. Il brano in questione ad esempio gioca con dei frammenti vocali che, disposti su un tappeto di frattaglie ritmiche, vengono manipolati al punto da diventare un balbettio sinistro e angosciante che di umano non ha praticamente più nulla. Colonna sonora perfetta per una versione hi-tech e post-umana di un racconto di Lovecraft (divinità annichilenti e primordiali comprese), il progetto suona talmente alieno da poter essere ricondotto solo a un futuro ancora lontano (o al massimo a un passato ancestrale e remoto). D’altronde, l’elettronica più sperimentale ha sempre flirtato con l’idea del futuro e, nello sfruttare le nuove tecnologie disponibili, ha sovente messo in scena la fusione/contrapposizione tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale, tra l’elemento umano e quello tecnologico. Nel tentativo di immaginare l’esito ultimo di tale tensione, si sono elaborate ipotesi che, anche se rivelatesi errate, non hanno perso un grammo della loro forza immaginifica. E ciò in quanto il nocciolo della questione non è tanto la predizione del futuro (musicale e non: una musica è sempre legata al contesto che la ospita), quanto la descrizione dell’immaginario del proprio presente. Come certa fantascienza, si tratta di opere che ci dicono molto più del presente che viviamo che del futuro che ci attende. E lo fanno raccontando il sentimento collettivo diffuso negli anni della loro produzione e con cui sono riusciti ad entrare in risonanza. Sì, perché il valore aggiunto di queste opere non è – come detto – l’infallibilità nella previsione, (altre opere – proprio in questo momento, ma magari meno celebrate – ci stanno probabilmente azzeccando di più), quanto la loro capacità di intercettare lo slancio e la paranoia che ogni presente nutre verso il futuro.

Tornando però sul piano squisitamente critico e musicale, mi sembra che tali riflessioni sul rapporto tra musica e futuro abbiano anche a che fare con le modalità con cui certa critica appronta i propri giudizi.

Recentemente, Pitchfork, seguitissima rivista on line, ha stilato una controversa classifica dei dischi più significativi degli anni ’80. “Controversa” perché ha scalzato dalle prime posizioni i dischi che storicamente venivano percepiti come i migliori di quel decennio per privilegiare incisioni che, magari non troppo celebrate al momento della loro pubblicazione, ascoltate oggi appaiono invece profetiche nell’anticipare sonorità che si sarebbero diffuse poi. E così, dato l’R n’ B e il new soul imperante oggi, ecco che solo tra le prime dieci posizioni troviamo Prince, Michael prima e Janet Jackson dopo, i NWA e i Public Enemy per poi finire con Sade. Ritengo sia stimolante interrogarsi su quanto sia corretto il criterio utilizzato da Pitchfork e se sia giusto o meno che il presente debba mutare il giudizio sulla musica del passato. E dunque se sia giusto considerare certi lavori di Janet Jackson più importanti di altri artisti, in quanto hanno piantato semi capaci di germogliare meglio di quelli che band come Smiths o Joy Division hanno lasciato sui propri solchi. E ancora se la musica vada effettivamente valutata per la propria capacità di indovinare il futuro, piuttosto che per la bravura nel cogliere lo spirito del proprio tempo, restituendone a distanza di anni una fedele fotografia. Per rispondere a tali domande sarebbe certamente d’aiuto riflettere su quali siano state le musiche del passato le cui intuizioni, pur non avendo generato eredi e cloni, sono ancora oggi capaci di restituire intatto il sapore della stagione che hanno caratterizzato.

Prendiamo ad esempio un genere che per una breve stagione fu popolarissimo ovvero il Glam Rock. Una musica che nella sua espressione più pura (penso ovviamente ai T-Rex di Marc Bolan, ma anche a formazioni meno celebrate come gli Slade, gli Sweet o i Mott the Hoople) non è stata particolarmente seminale, almeno dal punto di vista strettamente musicale (non sono certo numerose le band che si sono rifatte esplicitamente a quel peculiare stile), ma che però risulta capace ancora oggi di restituire il sapore tipicamente seventies di un’era in cui, abbattendo barriere sessuali e del gusto, veniva accelerata fino al parossismo la liberazione dei costumi esplosa nei sessanta. Una stagione in cui si affermava un egocentrismo glamour e post-moderno che nascondeva in realtà un desiderio di fuga, inteso come gesto dalla natura ancora politica e che si sarebbe poi risolto nel disimpegno edonistico degli anni ottanta.

Come giudicare dunque questa musica capace di restituire un’era di transizione, ma così poco seminale?

Bisogna avere presente che la storia (anche quella con la S maiuscola) non procede per salti temporali e intuizioni profetiche, quanto per accumulo di tappe e momenti che posti l’uno accanto all’altro tracciano la linea evolutiva che si dispiega davanti gli occhi dei posteri. Ogni tappa aggiunge un contributo evolutivo e assolve allo stesso tempo una funzione documentaristica. Tornando al nostro esempio il Glam Rock andrà dunque certamente lodato, oltre che per la capacità di restituire il sapore dei propri anni, anche per aver contribuito all’evoluzione del rock n’ roll, esaltandone ed enfatizzando – tramite le nuove tecnologie a disposizione degli studi di registrazioni degli anni ’70 – la componente più elettrica e primigenia, quella che sembrava mettere in musica l’eccitazione giovanile e la carica sessuale che ne aveva caratterizzato le origini (il noto critico Simon Reynolds – che, un po’ a sorpresa, ha riacceso i riflettori su questo genere con una recente pubblicazione – ha parlato in tal senso di “esaltante fusione di primitivismo e artificio capace di unire il subumano e il superumano”).

Riannodando le fila del nostro discorso e tornando alla piccola Spawn da cui eravamo partiti, francamente non so se gli scenari algidi e inumani tracciati da gente come Jlin, Holly Herndon o Oneohtrix Point Never fra trent’anni verranno considerati alla stregua di profetiche illuminazioni, piuttosto mi sembrano rilevanti due considerazioni: che dalle intuizioni presenti in queste musiche sarà difficile tornare indietro e che la loro capacità di raffigurare le attuali tensioni creative le rende un ascolto irrinunciabile nel nostro presente.