Va bene, togliamoci subito il dente: volevamo cominciare l’articolo con una dotta disquisizione sullo stato di salute delle nostre musiche preferite, poi abbiamo pensato che avreste interrotto la lettura dopo solo tre righe di sproloqui e riflessioni e dunque abbiamo deciso di partire con i dischi e poi mettere sproloqui e riflessioni in coda. Chiaramente, ci attendiamo che restiate con noi fino alla fine, anche perché in coda diremo un sacco di cose interessanti. Siete avvertiti!

Quella che segue non è una graduatoria, in quanto ci sembra poco significativo stilare un elenco che metta in fila e in ordine di bellezza dischi diversissimi tra loro come ad esempio quello degli Idles e l’ultimo lavoro di Vessel. Preferiamo procedere per categorie e non certo per ripristinare steccati la cui caduta – da queste parti – si saluta con favore, quanto piuttosto per seguire il metodo che alla fin fine è quello che guida i nostri ascolti durante l’anno. Ovvero quello che arbitrariamente ci porta di volta in volta a indirizzarci ora verso un genere musicale, ora verso un altro, alla ricerca per ognuno di questi del meglio che la sensibilità che vi è sottesa può offrire.

ROCK
A tenere in vita la vecchia carcassa del rock’n’roll che da anni viene sottoposta a mille sperimentazioni (che siano terminate le interpolazioni possibili?) ci pensano gli oscuri e apocalittici Gnod, la violenza compressa e inesplosa dei FACS e la miscela di punk, progressismo politico e singalong da pub di quei beoni degli Idles. Dal giro del vecchio indie-rock estraiamo la conferma dei Parquet Courts con un disco che fosse arrivato trent’anni fa avrebbe sostituito i Modern Lovers e i Feelies nelle classifiche dei gruppi più seminali di sempre; il paisley dei Rolling Blackout Coastal Fever che ci ha ricordato perché l’Australia un tempo è stata la capitale del rock; gli umori garage-sixties declinati in salsa glam dei Beechwood e infine i magnifici lavori di Dirty Projectors e MGMT che scontano solo il fatto che le loro quotazioni a livello di hype sono in ribasso.

SONGWRITERS
La vera sorpresa dell’anno è stato l’esordio di Daniel Blumberg, capace di spezzarci il cuore come non succedeva da parecchio tempo. Si sono fatti notare anche: la nuova raccolta di canzoni gentili che ha offerto ai nostri orecchi Daniel Green dei Laish; il ritorno a suoni più intimi e misurati da parte di Damien Jurado dopo la trilogia di Maraqopa ideata assieme al compianto Richard Swift di cui quest’anno è stato pubblicato postumo il suo “The Hex” dove si ritrova un suono più primitivista e americano rispetto al pop rigoglioso degli ultimi dischi pubblicati in vita; Micah P Hinson che non ha perso un grammo della propria poesia sudista, anche quando pubblica un lavoro talmente breve da apparire interlocutorio; Bill Ryder-Jones che, arrivato al quarto disco, non ha ancora deciso cosa fare da grande, ma che piace ancora una volta grazie a un cantautorato che strizza l’occhio a sonorità shoegaze e ai Red House Painters; Alela Diane che celebra la sua maternità con un disco poco appariscente, ma capace di crescere ad ogni ascolto e infine Josh T. Pearson che spiazza, emoziona, indispone come giustamente un outsider come lui deve fare.

MUSICA AVANT E ELETTRONICA
Cominciamo con gli Oneida, che per una volta rinunciano a sparigliare le carte in tavola, presentando se non la loro summa, un perfetto riassunto di tutte le loro schizoidi personalità; in ambito post-kraut, nuovo centro per i Cavern of Anti-Matter che rinunciano del tutto al cantato e, sempre più lontani (ma non troppo) dall’ombra degli Stereolab, affinano il loro campionario di suoni acustici e programmazioni ritmiche; i Mind Over Mirrors confermano i progressi dell’anno precedente con un lavoro di gruppo che esplora sonorità elettro-acustiche ad alto tasso ipnotico, Carla Bozulich non rinuncia alle proprie sperimentazioni, aggiungendo un suono rarefatto capace di veicolare un’intensità mai così profonda; The Necks tornano al chilometrico brano unico, regalando così l’ennesimo gioiello che spazia dal suono etereo a un’inedita durezza quasi rock; Tim Hecker si misura questa volta con un ensemble di musica tradizionale giapponese per proseguire con successo l’integrazione tra elettronica e manipolazioni di sonorità acustiche; Eric Chenaux spiazza sempre di più con la sua colta miscela fatta di cantautorato alla John Martyn e chitarre manipolate; “Aviary” di Julia Holter si aggiudica la palma di disco più difficile da giudicare: ambizioso, complesso e lungo (troppo?), il suo vero valore emergerà probabilmente nel corso del tempo; Sandro Perri convince con il suo intrigante connubio tra pop d’autore ed elettronica minimale; gli australiani Tangents riportano in auge il post-rock astratto e intellettuale dei Tortoise con l’aggiunta di un pizzico di jazz e infine la canadese Sarah Davachi continua l’esplorazione dei droni elettroacustici con due album dai sapori diversi. In ambito di elettronica, più di tutti ci hanno colpito il lavoro spiazzante di Vessel che si lascia alle spalle ogni tentazione dubstep, virando verso un suono complesso, stratificato, ricco di chiaroscuri classicheggianti e lussuriosi momenti estatici; Eli Keszler ricorda a tutti come si può sorprendere anche rimescolando in maniera inedita elementi già noti (nel suo caso una scheletrica e minimale drums and bass rallentata e messa a bagno maria in umori jazz). A noi ascoltatori anzianotti è piaciuto poi il ritorno dei Black Dog, con due dischi in bilico tra ambient (Black Daisy Wheel) e la cara vecchia IDM (Post-Truth). Come al solito fuori categoria vanno gli Autechre che con le loro NTS Session propongono otto ore di musica che è come reagire al magma che ci avvolge tutti, rilanciando sul piatto e proponendo la saturazione elettronica definitiva, capace di certificare la morte dell’elemento umano, e di celebrarlo alla stesso tempo tramite l’opera stessa. Puro genio.

JAZZ
Il Jazz, almeno quello che giunge alle orecchie di noi rockettari, è stato monopolizzato dai fenomeni hipster di Kamasi Washington e dei Sons of Kemet di Shabaka Hutchings. Di Kamasi si è già detto e scritto anche troppo, noi ci limitiamo a dire che il ragazzone tutto sommato fa musica piacevole e se qualcuno vuole spararsi tre ore di spiritual-afro-jazz senza pensare troppo a chi quella musica la faceva già quarant’anni prima, beh… noi non ci vediamo nulla di male. I Sons of Kemet danno vita a un progetto musicale e politico (ogni brano è dedicato alla storia di una donna leggendaria) che riesce a tirare fuori ricchezza da una formula limitata (il nocciolo del gruppo è composto da un sassofono, una tuba e due batterie), ma soprattutto consente all’instancabile Shabaka di passare finalmente  all’incasso dopo anni di frenetica attività. Preferiamo a entrambi il meno celebrato “Universal Beings” di Makaya McCraven, talentuoso batterista che esplora in questo lungo lavoro idee ritmiche groovose e formicolanti, manipolando diverse session e jam di improvvisazione. Segnaliamo inoltre Mary Halvorson la cui chitarra straripa di creatività, riversandosi lungo l’ora e mezza del suo monumentale doppio “Code Girl”, il Bill Frisell ispiratissimo in solitudine con “Music IS”, l’Idris Ackamoor & The Pyramids con il loro contagioso Afro-Spiritual-Jazz e gli Hobby Horse con il loro jazz elettrico, modernista e anticonformista.

I VECCHI LEONI
Fa sempre piacere ogni anno imbattersi in vecchi amici che magari  raccontano le loro solite storie, ma lo fanno con un trasporto (e un talento) che ci ricorda quanto li abbiamo amati in passato. E così come non innamorarsi nuovamente del lungo flusso sonoro che esplora il lato più ambientale, languido e narcotico della musica degli Yo La Tengo, oppure del gospel-blues di Ry Cooder o ancora del soul spaziale degli Spiritualized? Segnalazione d’obbligo anche per la povera Marianne Faithfull, il cui ultimo disco è stato salutato da molti … come un commiato. Noi che le vogliamo bene da tanto tempo e le auguriamo ancora lunga vita non ci uniamo al coro, ma ci limitiamo a goderci (tra le altre) una delle più belle canzoni dell’anno in coppia con Nick Cave (The Gypsy Faerie Queen); Damon Albarn ci propone il nuovo dei Gorillaz e il graditissimo ritorno dei The Good, The Bad and the Queen e, come al solito, non sbaglia un colpo; Stuart A. Staples riesce a instillare l’anima dei Tindersticks in un ponderoso e inconsueto album tra suggestioni cinematiche, musica da camera e dilatazioni alla Mark Hollis; dal canto suo se Jon Hassell ha superato gli 80 anni, di certo la sua musica non lo lascia trasparire: “Listening To Pictures” è un lavoro eccellente e moderno, nella sua miscela di suoni astratti e ambientali con campionamenti, manipolazioni ed elettronica; “Landfall” di Laurie Anderson (con il Kronos Quartet) è un lavoro austero, ma ad alto contenuto emozionale tra elettronica, musica da camera e spoken words. Menzione d’onore per una leggenda vivente del Jazz, Wayne Shorter che alla tenera età di 85 anni ci regala la sua opera più ambiziosa (3 dischi composti da suite per orchestra e quartetto con collegata graphic novel su un viaggiatore di multiversi, co-firmata da lui medesimo e un doppio live). Non sarà il suo capolavoro (e vorremmo vedere con quella discografia!) ma è un’opera talmente vitale e stimolante da far impallidire tanti presunti giovani d’oggi. Vista l’età, qualora foss’anche la sua ultima pubblicazione, sarebbe un ruggito d’addio che ogni vecchio leone si sognerebbe….

ITALIANI
Le sorprese dell’anno sono state il cantautorato punk (del tipo che veniva declinato al CBGB’s) degli Ismael (sincero, elettrico e forte di testi dallo spessore letterario capaci di surclassare la concorrenza) e quello deliziosamente retrò de Il Lungo Addio (cinematografico e malinconicamente esistenziale). Si è fatto notare (anche all’estero) il progetto Nu Guinea che con la sua formula jazz-rock ci ha inondato di piacevoli vibrazioni mediterranee; i Calibro 35 consegnano ai posteri forse il loro album migliore in cui, più che le tentazioni orchestrali da big band o i funk rocciosi marchio di fabbrica della ditta, a colpire sono le versioni rigorosamente suonate della loro personalissima library music; i Maisie sono tornati con un disco eccellente, anche se più involuto, nelle melodie e negli spunti, rispetto al precedente di nove anni prima. In ambito indie-mainstream si aggiudicano le nostre preferenze i dischi di Iacampo e Motta, il primo in forza di un equilibrio melodico e di arrangiamento che sa di vento e leggerezza, il secondo per la felicità nella scrittura che consegna nove classici istantanei. Infine, mentre si confermano le certezze (e la qualità) offerte alla scena nostrana dai nomi di Riccardo Sinigallia e dei Baustelle, Cosmo si propone a nuovo classico con il suo “Cosmotronics” che affina la formula che vede “Battisti alla prese con la cassa dritta” e la supera, spingendo maggiormente sul pedale della ricerca elettronica.

I TESORI CHE ANDREBBERO PERDUTI
Ovvero quei dischi che non abbiamo visto citare (quasi) da nessuna parte, ma che avrebbero meritato certamente maggiori riflettori. Valga a mo’ di (misero) risarcimento dunque la menzione per il rock n’ roll primigenio dei Subsonics, quello in bilico tra Cramps e David Lynch dei Buttertones e la psichedelia pastorale e hauntologica dei portoghesi Beautify Junkyards accasati presso il marchio di garanzia Ghost Box Records. Se gli Harmony Rockets ci forniscono quella dose di languida ed estatica psichedelia che è bene non farsi mai mancare, The Innocent Mission ci mettono a parte di una intimità familiare che coccola come davanti a un focolare domestico. Kadhja Bonet conferma sulla lunga distanza le potenzialità del suo EP d’esordio con una deliziosa perla art-soul. Mentre grida infine vendetta la mancanza di clamore suscitata dal  debutto di Cosmo Sheldrake che con il suo album d’esordio “The much much how how and I” dispensa pop, folk britannico e marcette weird condite da arrangiamenti pirotecnici e un pizzico di elettronica, così come spiace vedere poco celebrato l’eccellente nuovo episodio della saga cantautorale-psichedelica di Brian Campeau.

FOLK BRITANNICO

Quatto quatto, almeno qui in Italia, il folk britannico come di consueto da diversi anni ci ha portato in dono numerosi episodi interessanti sospesi tra passato, presente e futuro. “What News” del vulcanico Alasdair Roberts in compagnia di Amble Skuse e David McGuinness è il lavoro più importante dell’anno che attraverso piano, misuratissimi inserti elettronici, voce e poco altro mostra il paradosso del folk contemporaneo cioè che la sua modernità risiede proprio nella continua e profonda rigenerazione di un suono ancestrale. Aidan O’Rourke dei Lau conquista con il folk cameristico per piano e violino di “365 Vol. 1” e genera grande attesa per il Vol. 2; Sam Lee ribadisce di essere uno dei più sottili innovatori della scena tradizionale; il supergruppo internazionale The Gloaming, dimostra dal vivo di non essere una fusione a tavolino tra antico e moderno, ma un poderoso e trascinante ensemble a tutti gli effetti. Sul fronte folk cantautorale femminile spiccano le atmosfere sospese e la voce incantatrice di Brigid Mae Power; la discreta ma riuscitissima svolta elettrica dell’italiana d’Inghilterra Emma Tricca; la conferma della classe autoriale e interpretativa di Olivia Chaney e il magico equilibrismo tra antico e moderno  di Karine Polwart. Ultima chiamata dell’anno per Meg Baird e Mary Lattimore che sono americane, ma si rifanno alla perfida albione con un ottimo folk psichedelico ed espansivo. Sconfiniamo, infine, nel  mondo della chitarra fingerpicking al solo fine di citare il riuscitissimo “Cloud Corner” di Marisa Anderson .

DISCO DELL’ANNO:  Low – Double Negative.
Ebbene sì, anche noi ci accodiamo al plebiscito più divisivo degli ultimi anni. Disco amatissimo e nondimeno allo stesso tempo oggetto di giudizi spietati. Noi, nel nostro piccolo, scopriamo le carte e ci professiamo seguaci della prima ora del culto dei Low, la cui fede è stata rafforzata dall’ascolto di questo disco che ha provveduto a riedificare, per l’ennesima volta, l’edificio – oramai divenuto imponente – della band di Duluth,  lasciandone però intatte le fondamenta: dietro il prezioso lavoro del producer BJ Burton, abbiamo infatti continuato a scorgere il sangue e la carne della band di Mimi e Alan. Sbaglia, a nostro avviso, chi sostiene che si tratta di una “versione trattata” di un normale album dei Low: come in ogni loro episodio, anche in questo caso la forma scelta aderisce perfettamente alla sostanza e – dettaglio che ne certifica ulteriormente la grandezza – la perfetta corrispondenza di questi due elementi è stata capace di cogliere il famoso “spirito dei tempi” sia a livello musicale che storico-politico.

Qui sotto trovate la nostra playlist del 2018. Vi consigliamo l’ascolto in shuffle![youtube https://www.youtube.com/watch?v=videoseries?list=PLdmMyIAej3iH4_xdn54qoK3qe5QmVtxxR&w=720&h=505]
E adesso – come promesso – è il momento degli sproloqui e delle riflessioni che ci girano in testa da un po’.

Anche in questo anno appena trascorso si sono ulteriormente consolidati due fenomeni che da diverso tempo caratterizzano più che la musica in sé, l’approccio che gli ascoltatori hanno verso di essa, ovvero da un lato la crescente importanza dell’hype (che sarebbe un modo modaiolo per definire la … moda) e dall’altro la delegittimazione della critica e del giornalismo musicale.

I due fenomeni risultano certamente legati e se da un verso l’hype, soprattutto da quando la musica si è “social-izzata”, sembra sempre più dettare l’agenda degli ascolti (anche più del gusto stesso dell’ascoltatore), dall’altro alla critica sembra stia sfuggendo di mano la capacità di orientare questo hype, sostituita dalla massa di recensioni capillari sfornate in tempo reale dagli ascoltatori.

Il nuovo criterio selezionatore sembra essere quello utilizzato per scegliere un B&B o un Hotel: ciò che conta é il numero di recensioni positive, visualizzazioni e like che una musica riesce a raggranellare, indifferentemente da chi le ha stilate e con quale criterio o competenza (NDT, che sta per nota da vecchio trombone: leggendo certe cose in rete, a volte, sembra che il piacere dell’ascolto sia sostituito dal piacere stesso di partecipare al chiacchiericcio musicale. In ciò non si può non scorgere il diritto/dovere che forse più di tutto caratterizza questa nuova epoca: quello di dire la propria opinione. Sempre e su tutto).

Lungi da noi voler emettere giudizi su questo nuovo corso: ci siamo tutti dentro. Dobbiamo solo orientarci in esso. Sì, “orientarci”… perché, in questa realtà magmatica che cerca di fare a meno dei vecchi ordinatori, il rischio è quello di perdersi nella confusione. D’altronde il fiorire delle classifiche che a fine anno invadono rete e giornali cartacei non hanno forse proprio il fine di contrastare questo fenomeno e di mettere “ordine” (ok, anche quello di fare vetrina dei propri ascolti musicali, ma quello è un altro discorso…)? Questa catalogazione del meglio dell’anno non è forse una maniera per combattere la sensazione di smarrimento che si ha di fronte alle migliaia di impulsi e segnalazioni che si ricevono ogni giorno e che ci fanno vivere nell’ansia di perderci qualcosa?

Qualcuno di più autorevole di noi ha detto che il concetto di “futuro” è stato sostituito con quello di ”aggiornamento continuo”, il quale a sua volta comporta la sensazione di un “ritardo continuo” che alla lunga non può che generare frustrazione.

Per sfuggire a questa sensazione, forse basterebbe rinunciare a ogni intento ordinatore e abbandonarsi al flusso musicale con l’unica guida del proprio gusto. Tuttavia, riteniamo che il criterio della catalogazione sia la base per procedere allo studio e alla comprensione dei fenomeni nuovi che altrimenti ci apparirebbero poco intellegibili col risultato di finire a rifugiarsi nella certezze date dalla musica già conosciuta. Non che ci sia nulla di grave in questo: adoriamo le musiche del passato e ancora oggi costituiscono buona parte dei nostri ascolti, solo siamo ancora troppo curiosi per indossare le pantofole.

Da ascoltatori non ci resta che orientarci in questo complesso reticolo, tracciando le linee evolutive delle musiche che più ci appassionano, aggiornandone continuamente i percorsi con un lavoro di focalizzazione e analisi che questo mondo sembra rendere sempre più difficile. Ci sembra un atteggiamento progressista che non si rassegna alla confusione e che cerca di cogliere sempre e comunque una evoluzione (o involuzione, in alcuni casi…). Ma soprattutto è il metodo che si abbraccia ogni volta che, subito dopo il piacere puro dell’ascolto di un suono nuovo che ci rapisce, ci spinge a porci domande del tipo: da dove viene questa musica? Dove vanno ricercate le sue radici?

Non sembri tale approccio troppo intellettuale. Basti ricordare che il “fine ultimo” di qualunque ricerca musicale resta il piacere dell’ascolto e della scoperta. Ovunque ci conduca questa linea evolutiva quello che deve guidare è la passione. E non solo: la curiosità, motore perpetuo che ci spinge avanti lungo quella linea alla ricerca dell’innovazione e dello stupore, l’esperienza, che accumuliamo come un tesoro che ci permette di affinare gusto e ragionamento e, infine, il confronto che, nella dialettica, ci aiuta a comprendere il mondo e il tempo nel quale viviamo.

Ed è così ad esempio che, se provassimo a individuare il disegno che pare emergere dalle linee evolutive del mondo musicale odierno, individueremmo probabilmente l’elemento predominante nella riproposizione di quanto sta già avvenendo a livello antropologico: una lotta tra ciò che è umano e ciò che è artificiale. In relazione a questo incontro/scontro, a livello musicale, è infatti possibile registrare la presenza di diversi approcci che vanno dal rifiuto luddista, alle prove di fusione tra i due linguaggi, fino al tentativo di cancellare l’elemento umano in favore di una musica che descriva un mondo post-umano.

La musica è da sempre un osservatorio privilegiato per scorgere i segni del mondo e i sintomi del suo procedere futuro.

Non resta che aprire bene le orecchie.

Buon anno a tutti. Ci rivediamo nel 2019!

Aidan O'Rourke & Kit Downes - Do people still do this?