Sono molti i modi con cui puoi portarti dietro i tuoi dischi della vita. Puoi custodirli nel cuore e tornarci di tanto in tanto oppure puoi portarli sempre nel taschino per averli sempre a disposizione; puoi esporli fieramente come fosse una bandiera oppure puoi non stancarti mai di rimirarli sognante. Certo poi dipende anche da quale è il disco della vita in questione. Ce ne sono alcuni che ti lasciano un solco nell’animo come fosse una cicatrice sulla pelle, capace di cristallizzare un determinato momento della vita, costringendoti ad ogni ascolto a pensare a ciò che si era e a ciò che si è divenuti e a interrogarsi su ciò che si diventerà. Ecco per me questo è stato “Magic And Loss” di Lou Reed, un disco speciale che ha fotografato un ventenne che si poneva di fronte a temi fondamentali come la vita e la morte. Se vogliamo dirla tutta è stato anche un disco sventolato come una bandiera sotto forma di maglietta comprata al concerto e indossata fino alla consunzione, con la copertina che tanto più si sbiadiva dal cotone quanto più si imprimeva idealmente sulla pelle.
Ma cosa ha di speciale questo disco che non è sicuramente tra i più celebrati di Lou Reed? Per capirlo è necessario contestualizzare: “Magic & Loss” arriva al termine di un percorso lungo tre anni e tre dischi. Tocca dunque partire parlando di “New York”, il disco del 1989 con cui questo cammino era iniziato e che rappresenta uno dei capolavori del nostro, un lavoro fondamentale che gridava con veemenza e rabbia che il leone era ancora vivo e vegeto. Reed era finalmente uscito dal letargo che sembrava averlo colto negli anni ottanta (con l’eccezione del bellissimo “The Blue Mask” del 1982), come era successo a tanti altri numi tutelari del rock anni ‘60. Gente come Dylan, Neil Young, David Bowie sembrava incapace di affrontare il nuovo decennio e infatti dava alle stampe i propri lavori peggiori. Il primo reduce dei sixties a pubblicare un capolavoro risulta essere il rivale di sempre di Lou Reed, ovvero il John Cale di “Music for a new society”, fatto che deve aver bruciato parecchio al buon Lou.
Tornando a “New York”, il disco non ha rappresentato solo il ritorno alla forma di uno dei grandi del R’n’R, ma anche il ritratto di un uomo e musicista in mutamento. Si respira una rabbia urbana e una protesta sociale tanto inedita, nella produzione del nostro, quanto sincera e viscerale, ma al contempo fanno capolino delle altrettanto inconsuete riflessioni sulla vita: i dubbi sulla possibile paternità di “In The Beginning Of a Great Adventure” o l’amara constatazione della fallibilità del genere umano di “Endless Cycle” o ancora la dualità tra spirito e materia di In “Dime Store Mistery”.
Alle questioni riguardanti la vita fanno seguito quelle sulla morte che vengono poste nel disco successivo di Reed. La scomparsa di Andy Warhol, personaggio fondamentale nella vita tanto di Lou Reed quanto di John Cale, costringe i due belligeranti a deporre le armi per incidere un omaggio al loro mentore, “Songs For Drella”. In nome del rispetto e dell’affetto per l’amico comune i due riescono a mettere da parte il proprio ego (cosa che, in mancanza dell’ombra di Warhol, non riuscirà loro nella reunion dei VU di pochi anni dopo). L’unione delle loro (straordinarie) forze consente loro di tirare fuori un meraviglioso ed emozionante elogio funebre, tanto scarno quanto intenso.
E così arriviamo al 1992, anno di “Magic And Loss” che coglie dunque un musicista rinato e un uomo ormai alla soglia dei 50 anni alle prese con la vita (un matrimonio in crisi) e con la morte (la scomparsa dopo una lunga malattia di due cari amici: Rotten Rita e il cantante e compositore Doc Pomus). Magic and Loss è questo quindi: un ritratto d’artista in cui si trovano sovrapposte e intrecciate la forza vitale e creativa (Magic) e la perdita delle persone care (Loss).
Come dicevamo M&L rappresenta la terza tappa di un percorso e porta forte il segno dell’esperienza acquisita durante questo cammino. Da “Drella” in particolare eredita la capacità di rapportarsi in modo sincero al dolore, rappresentandone più che una continuazione, un’estensione. Da New York invece viene ripreso il discorso musicale, evidente già nella scelta di collaboratori fondamentali come il chitarrista Mike Rathke e il contrabbassista Rob Wasserman. Se il suono viene ammorbidito e ampliato con tastiere per adattarsi al mood riflessivo dell’opera, il legame con le sonorità di New York resta solido. Ne viene fuori un lavoro che, se musicalmente non raggiunge la grandezza dei due precedenti, fa del complesso tra parole e musica il suo punto di forza, chiudendo magnificamente una trilogia e una delle stagioni più felici del nostro.
E si parte proprio dai territori musicali di New York. “What’s Good”, dopo le sferzate elettriche dell’intro “Dorita” (Doc+Rita), va dritto al punto introducendo i temi portanti dell’album: “life’s good but not fair at all” (la vita è bella ma niente affatto giusta) e si percepisce l’amarezza di chi rimane dopo la perdita e si barcamena tra gli sgradevoli contrasti di una vita ingiusta e bella allo stesso tempo “life’s Like bacon and icecream” (la vita è come mangiare bacon e gelato”).
Contrasti messi in evidenza anche in “Power & The Glory Part I” e “Sword Of Damocles” dove si riflette sulle forze distruttive che l’uomo utilizza per salvare vite (“la stessa potenza che distrusse Hiroshima”). Il risultato è che per essere curato ti devono uccidere.
Il dolore di chi resta è il tema di ”Goodby Mass” che racconta del disagio provato durante il funerale, di “Dreamin’ ” dove si racconta la vana illusione di poter rivedere chi non c’è più, e infine della beffarda “Gassed And Stoked” dove l’assenza è espressa dal messaggio della compagnia telefonica che informa che il numero non è più attivo e che si sposa perfettamente con il rimorso nel non avere avuto l’opportunità di dire addio espresso nel country di “No Chance”.
La rabbia è espressa musicalmente attraverso l’epicità elettrica (che riporta esplicitamente a New York), di brani come “Gassed & Stoked”, “Power & The Glory Part II” e “Warrior King”, dove si raffigura la furia distruttiva che nasce dal senso di ingiustizia.
C’è poi la parentesi spoken word di “Harry’s Circumcision” che con un testo tagliente e sarcastico, loureediano al 120%, racconta di un uomo che tenta il suicidio senza riuscirci: insomma il destino vince sempre sull’uomo.
Lasciando per il momento da parte la title track, rimangono i due momenti più forti e alti del disco. In “Magician” un magistrale Reed accompagnato solo da una lieve chitarra elettrica ci parla di un uomo che sta soccombendo alla malattia, stretto nel contrasto tra l’odiato corpo consumato dal dolore e lo spirito ancora giovane e vitale, tra la stanchezza di vivere e la voglia di non morire, tra l’assenza di fede e la voglia di un miracolo. A mio modo di vedere, uno dei capolavori dell’autore.
Così come “Cremation” che rappresenta uno dei vertici poetici di Lou Reed, una ballata pacificata e dolceamara che ci ricorda che la morte è parte della vita.
“E adesso il mare nero come il carbone aspetta me, me, me
il mare nero come il carbone aspetta sempre
quando lascerò questo posto tra un po’ di tempo
lo stesso mare nero come il carbone sarà lì in attesa”
Si tratta dunque di temi universali affrontati in molte opere ed anche dallo stesso Reed. Vita e morte scorrono a fiumi nella sua discografia, ma qui è la maniera in cui vengono affrontati che è differente. L’approccio provocatorio e l’intellettuale con cui usualmente il nostro affronta queste tematiche, e che in una sorta di corto circuito porta dal primo disco dei Velvet all’ultimo “Lulu”, lascia il posto a una intensità che trova precedenti forse solo nella vicenda straziante di “Berlin”. Ma, se nel disco del ‘73 il pathos era sublimato attraverso un personaggio di finzione, in M&L tutto sembra intrecciarsi con la carne e l’anima del suo autore cui riesce il miracolo di scrivere un disco distante dalla propria poetica senza però tradirla, sfuggendo cosi la trappola del pietismo lacrimevole, grazie al cinismo, il sarcasmo, la rabbia e all’approccio intellettuale che lo ha sempre contraddistinto.
Un disco che così si pone come uno dei più estremi atti provocatori dell’autore: cosa c’è infatti di più scomodo di dedicare un intero disco a uno dei tempi maggiormente rimossi dalla società contemporanea, la morte?
Torniamo ora al 1992. Siamo nel pieno dell’era grunge e in Kurt Cobain troviamo un erede di quel maledettismo che rappresenta l’essenza del rock’n’roll e che proprio in Lou Reed aveva trovato una delle sue più significative incarnazioni. È inutile girarci intorno il r’n’r é una musica che appartiene alla gioventù. Ciò non vuol dire che non si possa ascoltare (o scriverne…) o che non possa essere suonata da gente più matura, ma la sua essenza é quella. E non è una forzatura affermare che da sempre il Rock n’ Roll flirti con la morte e lo faccia alla maniera dei giovani che guardano alla vita che gli si para davanti come a una distesa eterna e alla morte come a un nemico che puoi sconfiggere ma allo stesso tempo come a un atto di “non conformità” e ribellione contro la società e il mondo adulto. Come dicevano gli Who, “I Hope I die before get old”, preferisco morire piuttosto che diventare “come voi”.
E in quegli anni il r’n’r era Cobain e non più Lou Reed che magari rappresentava un padre nobile, ma costituiva pur sempre il passato. Ed anche Magic & Loss, con la sua riflessione pacata sul rapporto tra vita e morte non era certo in sintonia col sentire giovanile, ma piuttosto poteva apparire come una certificazione della senilità del suo autore e di una certa stagione del r’n’r. Il disco quindi ricevette un’attenzione particolare più da parte di un pubblico maturo e degli addetti ai lavori che dalla platea dei giovani affaccendati in altre faccende. Eppure, sarà per il fatto che fu il primo disco di Reed che attendevo in diretta e l’eccitazione nel sentire il successore di New York e Songs for Drella (oppure per la mia alterità rispetto all’alterità giovanile….) ma il mio incontro con Magic & Loss fu molto intenso. Si capiva subito come per NY l’autore tenesse moltissimo ai testi che venivano presentati al punto da volerne nel libretto la traduzione in diverse lingue compreso l’italiano, permettendo così di penetrare immediatamente non solo l’atmosfera grave e riflessiva del disco, ma anche di capire ed entrare in sintonia con le intenzioni dell’autore.
La percezione di un ventenne rispetto alle considerazioni di un cinquantenne sull’esistenza é sicuramente incompleta, ma a Reed riuscì di superare la barriera generazionale e a comunicare in maniera efficace non solo il dolore e il disappunto ma soprattutto la voglia di interrogarsi e il senso di meraviglia nei confronti del mistero della vita e della morte. E se potevo non comprendere fino in fondo i sentimenti che Lou sviscerava, ne percepivo comunque la profonda autenticità. Decisi quindi di fidarmi, sapendo che prima o poi inevitabilmente mi sarei trovato al posto suo e si formò quel solco, quella cicatrice.
Ed ora parecchia vita dopo e quasi all’età che aveva lui al momento del disco posso dirlo: Lou aveva ragione su tutta la linea ed è riuscito ad esprimere in maniera straordinaria e universale quei sentimenti che incarnano nel bene e nel male la natura e il destino umano. In tutti questi anni in cui ho riascoltato il disco tante volte, le sue parole hanno smesso di essere quelle di un fratello maggiore con più esperienza, lasciando il posto a progressiva comunanza con l’autore e più in generale con la fragile umanità che viene rappresentata. Oltretutto ascoltandolo ora non si può non provare un brivido sapendo che Lou non c’è più e che il suo ultimo periodo è stato segnato proprio da un cammino, quello della malattia, simile a quello da lui descritto molti anni prima.
Dunque se il disco non rappresenta il picco dell’autore dal punto di vista artistico, ne costituisce a mio avviso il vertice dal punto di vista umano, restituendo l’immagine di un uomo maturo ben diverso da quello impresso nell’immaginario collettivo, saggio e riflessivo, colto in tutta la sua umanità e incertezza
All’inizio parlavamo del passato, del presente e del futuro. Cosa ci riservi quest’ultimo non lo possiamo dire, ma di sicuro sappiamo che di fronte a noi ci aspettano sia la magia che la perdita e non c’è modo migliore di chiudere questo lungo scritto se non con le stesse bellissime parole della canzone che intitola l’album che racchiudono l’essenza (passato, presente e futuro) della vita.
“Quando attraversi il fuoco
attraversalo umile
attraversi un labirinto di auto-incertezze
quando lo attraversi umile
le luci ti possono accecare
c’è gente che non lo capisce mai
Attraversi l’arroganza
attraversi il dolore
attraverso un passato eternamente presente
ed è meglio non attendere
che sia la fortuna a salvarti
attraversa il fuoco verso la luce
Attraversa il fuoco verso la luce
attraversa il fuoco verso la luce
è meglio che non aspetti
che sia la fortuna a salvarti
attraversa il fuoco verso la luce
Mentre attraversi il fuoco
salutando con la mano destra
ci sono cose che devi gettar via
la paura bruciante nella testa
non ti sarà mai d’aiuto
Devi essere forte
perché comincerai da zero
ancora e ancora
e mentre il fumo si dirada
c’è un fuoco che tutto divora
che si stenderà dinanzi a te
Si stenderà dinanzi a te
si stenderà dinanzi a te
quando il fumo si dirada
c’è un fuoco che tutto divora
e si stenderà di fronte a te
Dicono che nessuno possa far tutto ciò
ma tu lo vuoi in cuor tuo
ma non puoi essere Shakespeare
non puoi essere Joyce
per cui cosa ti resta?
Devi sorbirti te stesso
e una rabbia che ti può far male
devi ricominciare dal principio
e proprio allora
quel fuoco splendido
si riaccende
Quando attraversi umile
quando attraversi malato
quando attraversi
io sono meglio di voi tutti
quando attraversi la rabbia
e l’autocommiserazione
e hai la forza di ammetterlo a te stesso
Quando il passato ti fa ridere
e puoi assaporare la magia
che ti fa sopravvivere in battaglia
scopri che quel fuoco è passione
e che più avanti c’è una porta
e non un muro
Mentre attraversi il fuoco
mentre attraversi il fuoco
cerca di ricordarti il suo nome
mentre attraversi il fuoco
passandoti la lingua tra le labbra
non potrai restare uguale
E se il palazzo brucia
vai verso quella porta
ma senza spegnere le fiamme
c’è un poco di magia in ogni cosa
e un po’ di perdita per compensare le cose
Un po’ di perdita per compensare
un po’ di perdita per compensare le cose
c’è un poco di magia in ogni cosa
e un po’ di perdita per compensare le cose”







