E’ ormai da qualche tempo che quando penso al “popolo del rock” mi viene in mente un certo partito della sinistra italiana. Per “popolo del rock” mi riferisco a noi ascoltatori che abbiamo dedicato una fetta significativa della nostra esistenza a questa religione laica e per “un certo partito della sinistra italiana”… beh, immagino abbiate capito a chi mi riferisco… Preciso subito che non voglio andare a parare sullo stato di salute del rock e sulla sua presunta morte, anche perché per quanto lo si consideri morto, il rock sta  certamente messo meglio di quel certo partito…
Ma torniamo alla mia associazione mentale: quando guardo la televisione o leggo i giornali, mi imbatto costantemente (giuro: non sono io ad andarli a cercare!)  in esponenti del suddetto partito che si accapigliano in discussioni sterili che spesso non lasciano nemmeno intendere la materia del contendere o cosa li divide davvero; li vedo  seguire schemi precostituiti o presunti leader carismatici, sento infiniti distinguo e gente elevarsi a interprete di una presunta e sempre più sfumata idea politica dalla quale in verità si allontanano sempre di più, così come  quegli elettori che non si sentono più da loro rappresentati. E mi sembra che questo stia accadendo anche nel rock: penso alle divisioni che ci impediscono veramente di dialogare, vedo tanti ergersi a portatori della vera musica e si rinchiudono nel proprio orticello. E tutto questo mentre il rock, al di là del suo stato di salute, diventa sempre più marginale. Non voglio additare nessuno e credo che ognuno, chi più o chi meno, me compreso, sia da considerare vittima e carnefice di questo sistema.

Attenzione, nessun atteggiamento qualunquista del  genere “la musica è bella tutta”. Ritengo anzi che la conflittualità rappresenti un pilastro fondante della cultura rock e che faccia parte del divertimento assistere allo spettacolo di chi pensa che attorno al 76 una meteora chiamata punk abbia causato l’estinzione della vera musica e adesso si dedica  a perpetuarne il ricordo in eterno, oppure di chi quel punk ce lo propone inalterato come fosse musica fresca, dimenticandosi dei quarant’anni e passa che porta sulle spalle….
Però poi ci sono quelli che se ne fregano… Prendiamo ad esempio i Jesus Lizard e in particolare “Queen For A Day”, non la migliore canzone di quello che non è il loro migliore album, “Down”, ma che in meno di tre minuti ci racconta molto.

Pur essendo un simbolo del rock alternativo e intellettuale anni ‘90 e certamente più figli del punk che del classic rock, non si fanno alcuno scrupolo ad utilizzare uno stile decisamente  lontano dal loro immaginario e che porta più alla mente un cappello da cowboy che una cresta. Per citare il vecchio Piero Scaruffi (non fate quella faccia e ditemi piuttosto un altro nome che ha creato in egual misura altrettanti conflitti e stimoli nella comunità rock) la canzone “sfoggia una travolgente sequenza di boogie alla ZZ Top, in cui culmina il classicismo che si era sempre celato dietro le loro movenze spastiche”. E aggiungo io, un fraseggio che gli ZZ Top si taglierebbero le barbe per scrivere. Certo quando invece della voce di Billy Gibbons parte il blaterare di David Yow sappiamo che difficilmente  sentiremo uscire la canzone da un locale per camionisti. Quando poi parte il ritornello che senza alcuna forzatura trasforma la canzone in un fragoroso punk per poi tornare al riff iniziale, realizziamo che quei muri che si cercano di difendere sono in realtà più delle sovrastrutture che realtà.

E in fondo non è solo questa canzone ma proprio la costituzione stessa della band a veicolare questo messaggio. Una band fondata sulla corporeità della sezione ritmica (perlomeno quella interamente umana del secondo periodo), lo spirito (folle) del cantante David Yow e il raziocinio del chitarrista Duane Denison. Componenti che danno vita a una  conflittualità creativa che ha reso unica la band. Lo so la sto sparando grossa e vi prego di concedermi una simbolica e utilitaristica forzatura, ma forse si può dire che basso e batteria incarnino la fisicità e la rocciosa instancabilità del rock classico, il cantante la forza incontrollabile e istintiva del punk e infine il chitarrista il rigore che si esprime attraverso la tecnica, mai virtuosistica e sempre sotto controllo, idealmente vicino al miglior progressive (penso ai King Crimson) o a ciò che avrebbe dovuto essere. Questa dinamica dialettica dà vita a una creatura che per sua natura non si pone limiti preconcetti.

E per tornare a “Queen For A Day” è proprio Denison a darci un’altra lezione sulla labilità delle suddette barriere. Quando arriva il momento dell’assolo, si trova infatti davanti una scelta: assecondare il riff con un assolo classico o contrapporgli un solo dissonante. Denison decide di non scegliere e, in  quei pochi e geniali secondi, piazza un assolo tipicamente rock sulla pista destra, mentre sulla sinistra si contrappone il rumore del suo chitarrismo noise e così ecco che passato e futuro, tecnica e istinto, rumore e melodia, conservatorismo e progressismo si sciolgono nella pura musica, insegnandoci, che per demolire le barriere bisogna unire e non dividere.
O forse  basta solo ascoltare…