Questo articolo parla di come “Kid A”, il disco pubblicato il 2 ottobre del  2000 dalla band inglese dei Radiohead, abbia rappresentato uno spartiacque nella storia di quello che un tempo eravamo soliti chiamare rock.
A ben vedere con “Kid A” siamo già al di là del concetto di rock, laddove l’ultimo disco rock (o l’ultimo disco rock possibile) era stato il suo predecessore ovvero quel “OK Computer“ campione di vendite, nonché  ultimo caso capace di coniugare vendite stellari, fenomeno di costume e plauso della critica. Con “Kid A” siamo già in un territorio di post-rock mainstream, rifiutandosi gran parte dei luoghi comuni di un genere divenuto col tempo sempre più cristallizzato e conservatore. Eppure, tra questi due dischi, rappresentativi di due approcci differenti alla stessa materia, considerati uno il superamento dell’altro, vi è un rapporto complesso: da un lato una distanza siderale (rock contro post-rock), dall’altro una continuità impressionante, tale da far sorgere il sospetto che la cultura rock abbia “usato” i Radiohead per compiere il salto evolutivo necessario dato lo stadio cui si era ormai giunti.

Ma andiamo con ordine.

Si parlava di “rock”, ovvero di quel fenomeno che ha rappresentato per eccellenza l’espressione musicale giovanile del dopoguerra. Una musica che ha introiettato dentro di sé la mercificazione della categoria sociale dei “giovani” e l’espressione di una società inondata dall’elettricità in maniera capillare, caratterizzandosi per l’utilizzo delle chitarre elettriche, l’alternanza tra strofe e ritornello, l’impiego massiccio nelle proprie strutture armoniche e ritmiche dei riff ovvero di frasi di chitarre reiterate e ripetitive. Si è trattato di un grande aggregatore sociale che nel periodo della sua esplosione ha costituito la colonna sonora per gli sconvolgimenti politici e le rivendicazioni giovanili. Quando poi tali rivendicazioni sono state assorbite dal sistema, spegnendosi, il rock ha continuato ad offrire ai giovani la base musicale per il ritiro nel privato, nella depressione o nel frivolo. Dunque, seppure declinato in modalità diverse, per molti anni il rock ha rappresentato una musica identitaria, utile da sbandierare per mostrare a tutti i propri stati d’animo: modernisti con gli Who, pacifisti con Dylan, barricaderi con i Clash, terzomondisti con Marley, miserable con gli Smiths e slacker con i Nirvana. Gli appassionati potevano agevolmente coprire ogni aspetto del loro rapporto con la realtà e la vita, pescando nel campionario rock. La disco music e in genere la musica elettronica (non ancora divenuta “intelligente”) poteva fornire un escapismo provvisorio incapace di seguirti nelle piazze o nella cameretta, mentre il jazz e il blues erano musiche elitarie e troppo legate a contesti sociali specifici e già connotati dal punto di vista identitario. Il rock con la sua commistione tra musica e parola poteva davvero riecheggiare ogni sfaccettatura dell’esperienza umana e grazie a tali proprietà ha ottenuto un successo e un fervore che l’umanità ha concesso solo alle religioni o a certi fenomeni politici. Si vedano le immagini delle folle isteriche che seguivano le apparizioni dei Beatles, le similitudini tra i concerti rock e le adunanze naziste, i tatuaggi con i loghi delle band, le magliette e tutto il merchandise capace di incarnare le idiosincrasie di una musica allo stesso tempo contro, ma perfettamente integrata nel sistema. Questo è stato il rock. Un animale cui è stato chiesto per tanto tempo di rinnovarsi per offrire nuovi idoli, nuove colonne sonore, nuovi spettacoli circensi capaci di intrattenere il pubblico più pericoloso: quei giovani che, ancora lontani dalla maturità che consiglia di stare buoni e godersi quanto accumulato, possono davvero pensare di cambiare le cose.

Tutto questo più o meno fino ai Radiohead.

Sì, perché fino ai Radiohead questo carrozzone è andato avanti senza grossi intoppi e anche il gruppo di Oxford sembrò all’inizio farne parte in maniera omogenea (in seguito continuerà a farlo, ma in maniera disomogenea): il loro “Ok Computer”, ovvero l’album pubblicato nel 1997, venne accolto come un nuovo “Dark Side Of The Moon” ovvero un disco capace di parlare alle masse, ma anche perfettamente integrato nella linea evolutiva del rock, capace di incorporare al suo interno la paranoia per il futuro dei Pink Floyd, la complessità del progressive migliore e meno ridondante, per finire con gli spunti elettronici che il rock stava cominciando sempre più a concedersi per rendere i propri vestiti più moderni. “Ok Computer”, dunque, riceveva il testimone passato dalle mani di “Out Of Time”, di “What’s the story Morning Glory?”, di “Achtung Baby”, di “Nevermind” ovvero di quei dischi che penetravano inevitabilmente e ineluttabilmente nella tua vita, tramite una cassetta registrata da un amico, i video passati su MTV o le stazioni radiofoniche. Ma è a quel punto che i Radiohead compiono il gesto che sancisce la fine del rock inteso come terra di mezzo in cui potevano convergere le istanze più progressiste e quelle più conservatrici della musica popolare, il luogo dove la sperimentazione veniva elaborata per poi essere servita alle masse (conoscete una definizione migliore della musica di artisti popolari ma criticamente apprezzati come i Beatles o gli stessi Pink Floyd?). Per dare un seguito al milionario “Ok Computer”, i Radiohead decidono di “fare un disco difficile”. Quel disco sarà appunto “Kid A” e sarà figlio di precise scelte musicali concettuali.

Si decide innanzitutto di scrollarsi di dosso alcuni milioni di ascoltatori con una scelta che può apparire clamorosamente anticapitalistica o, quantomeno, di riposizionamento nei confronti del mercato. Tramite brani musicali ostici per il palati comuni e che inevitabilmente vengono percepiti dalle masse come astrusi e poco fruibili. E mentre si spiazza e si delude un pubblico che aveva riposto parecchie aspettative su quella band, si manda un messaggio a colleghi e critici: non è più possibile coniugare il rock con le pulsioni sperimentali che giungono dalle zone più sommerse della creatività musicale; avendo raggiunto il proprio punto di rottura il rock non è più in grado di assimilare ulteriori anomalie strutturali o sonore; adesso la partita si sposta nel campo da gioco delle stesse avanguardie. La conseguenza di tale ragionamento è che chi vuol continuare a giocare nel vecchio campionato non potrà che parodiare il genere stesso, riproponendo stancamente clichè come faranno in effetti gruppi come Coldplay, Travis e Muse per dire solo le band di diretta discendenza radioheadiana.
Che in effetti il rock non abbia da quel momento espresso più alcuna band capace di coniugare tradizione e modernità ottenendo il plauso di pubblico e critica sembra di fatto dare ragione alla tesi dei Radiohead.

Ma dicevamo di questo “disco difficile” e di come però il suo essere ostico rappresenti la perfetta prosecuzione dell’accessibilità del best seller che lo aveva preceduto.
Innanzitutto, lo scenario: ciò che “Ok Computer” pone a monito, “Kid A” lo mostra come realizzato. Se “Ok Computer” avvertiva sui pericoli e  preconizzava gli scenari che le moderne abitudini tecnologiche stavano avendo su di noi, “Kid A” ci illustra un presente in cui quel futuro si è ormai realizzato.
L’uomo di “Kid A” (titolo che si riferisce al “sicuramente già esistente primo clone umano”) è diventato davvero fitter, happier and more productive; la polizia del Karma ha definitivamente rinunciato a mettere le cose a posto, certificando l’inesistenza della presunta giustizia cosmica, comune denominatore di molte religioni; l’uomo è davvero rimasto intrappolato in una vita senza allarmi e sorprese, la cui esistenza è costretta nella circolarità rappresentata tra l’incidente automobilistico con cui si apre il disco (Airbag) e l’accelerazione verso lo schianto con cui si chiude (The tourist). Un incidente da cui l’uomo riesce a sopravvivere grazie alle cure della tecnologia (l’airbag del titolo), pagando in cambio un prezzo che “Kid A” si propone di illustrare, rispondendo alla domanda: in che condizioni viene fuori l’uomo che scende dall’automobile incidentata?

Everything In Its Right Place

Quello che scende ha poco di umano. L’alienazione preannunciata da “Ok Computer” si è definitivamente compiuta e le prime parole del disco sono un balbettio confuso e incongruente (“Ieri mi sono svegliato succhiando un limone”), ripetuto ossessivamente, mentre l’unico mantra capace di donare senso è un asettico e sottilmente paranoico “ogni cosa è al suo posto, ogni cosa è al suo posto”.
L’elemento umano, caratterizzato dalla voce lamentosa di Thom Yorke discendente della tradizione britannica delle voci divisive alla Morrissey (c’è chi ascolterebbe per ore quel lamento disperato, chi non lo regge per più di due secondi), viene disumanizzato fino ad essere filtrato e digitalizzato dal vocoder nel secondo brano che intitola il disco (come l’osso che “diventa” astronave in “2001, Odissea nello spazio”, il passaggio tra l’urlo disperato di “The Tourist” e la voce filtrata di “Kid A” rappresenta uno dei migliori esempi di montaggio connotativo, ovvero volto a creare significato, della storia della musica). E laddove la voce recupera spazio, eccola apparire nuda, fragile e vagamente isterica come nella splendida “Idioteque” in cui si parla dell’avvento di una età del ghiaccio, mentre chiusi in un bunker si mandano avanti prima donne e bambini e si avverte che  “qua non si sta facendo dell’allarmismo, questo sta accadendo davvero!”.

Dunque, se la continuità/discontinuità tra i due dischi viene resa dal trattamento riservato alla voce ovvero l’elemento più riconoscibile del sound di un gruppo, la secondo mossa che i Radiohead mettono in campo nel progetto concettuale di “Kid A” riguarda l’altro elemento che storicamente ha sempre connotato un gruppo rock: l’utilizzo delle chitarre elettriche.
E’ innegabile che fino a “Ok Computer” i Radiohead fossero un gruppo guitar-oriented. Seppure, già dal secondo disco “The bends”, la tavolozza dei colori della band aveva cominciato ad arricchirsi, le chitarre dei tre chitarristi (da non dimenticare che lo stesso cantante Thom Yorke è molto presente come chitarrista nel sound del gruppo) la facevano da padrone. In particolare, a caratterizzarne il sound provvedeva la chitarra di Johnny Greenwood che, rifuggendo ogni luogo comune rock-blues, dava vita a un chitarrismo glam, tirando fuori dallo strumento le stesse urla da castrato che certi cantanti androgini tiravano dalla propria voce (in primis lo Ziggy Stardust di David Bowie). In “Kid A” le chitarre spariscono quasi del tutto o comunque perdono la loro centralità in favore di un sound che sembra costantemente flirtare con il caos, utilizzando strumenti per loro nuovi (elettronica, programming, synth analogici, onde martenot) e strumenti vecchi in maniera destabilizzata e destabilizzante (i fiati di “National Anthem”, gli archi alla Penderecki di “How to disappear completely”). Il sound del gruppo viene decostruito per essere adeguato a una nuova realtà in cui l’inno nazionale non può che esprimere il precariato esistenziale che avviluppa un’umanità iperconnessa, ma che vive nella paura: “Ognuno è così vicino, Ognuno ha paura, In attesa”.

Lo scenario che emerge dal combinato disposto dei due dischi non può che risentire del presente che la band e il suo pubblico massimalista stavano vivendo. Il 2000 era passato da poco, l’11/9 doveva ancora arrivare, mentre nel novembre del 1999 i fatti di Seattle avevano acceso i riflettori sul movimento No Global che, non ancora screditato ad arte dai “misteriosi” Black Block, nel dicembre dello stesso anno, trovava una sorta di manifesto in “No Logo” di Naomi Klein. La Gran Bretagna in mano a Tony Blair aveva fatto in tempo a scorgere la menzogna che si nascondeva dietro le politiche thatcheriane che il new labour spacciava come “terza via”. Si trattava dunque di uno scenario non dissimile da quello odierno, in cui il supposto superamento delle ideologie in realtà certificava il trionfo di quella capitalistica. E contro le regole capitalistiche può esser letto, come dicevamo, il gesto dello scrollarsi di dosso alcuni milioni di ascoltatori, proprio perché nega il principio fondante del capitalismo ovvero quello dell’accumulo di ricchezza, di successo e di potere quale unico obiettivo dell’agire umano. Una scelta che, rifuggendo la logica sottesa a tutta l’industria (musicale), generò reazioni particolarmente feroci soprattutto nei colleghi musicisti che con un livore inaspettato si scagliarono contro un disco che bollarono come pretenzioso, elitario, solipsistico, antiemotivo. Probabilmente, a muoverli era la paura o il sentimento quantomeno inconscio che i Radiohead avessero ragione e che quella musica che aveva per anni foraggiato la “macchina” non era più possibile.

Dicevamo in apertura di come la cultura rock abbia “usato” i Radiohead per compiere un salto evolutivo divenuto ormai necessario. Con tale assunto alludiamo al fatto che, come ogni espressione culturale, anche il rock ha la necessità di “accordarsi” con la società che vive e da cui è vissuto. Se il contesto socio-politico degli anni ‘60 invitava la musica a proporre ed elaborare inni corali da cantare insieme al fine di aggregare e divenire manifesto politico, il presente che viviamo e che già “Kid A” preconizzava vedeva la fine della dimensione corale. In questo senso, la hit “Karma Police” è stato l’ultimo pezzo corale possibile con quel coro finale in cui nei concerti ognuno dichiara, urlando per l’ultima volta a squarciagola, di aver perso se stesso, rinunciando inevitabilmente alla dimensione collettivistica. Il nuovo cittadino, oramai tramutatosi in consumatore, chiamato a esprimersi continuamente non su scelte politiche, ma sulla qualità del servizio erogato non ha bisogno del fuoco del rock, bensì di musiche asettiche e astoriche da scaricare sul cellulare e capaci di confondersi con le suonerie e la messaggistica istantanea.
Kid A” sembra cogliere il segno dei tempi e la mutata domanda sociale e ne elabora una rilettura critica. Immaginando un’atomizzazione che in ambito musicale da lì a poco avrebbe portato alla crisi del gruppo e al trionfo del solista autarchico.

 

Radiohead - Idioteque { Official BBC [ 16:9 ] version }

La strategia adottata non è solo musicale, ma anche promozionale: il gruppo decide di non pubblicare né video, né singoli promozionali (le televisioni musicali dovettero mandare una versione live in studio di “Idioteque”), accrescendo il mistero di una svolta musicale che appariva coraggiosa e per ciò stessa affascinante. Proprio il fascino che scaturisce da tale strategia unita alla maniacale attenzione concettuale che la band riservò a ogni aspetto del progetto (dai disegni che arricchivano il packaging e ogni materiale solido e virtuale legato al disco) fa oggi pensare non a un rifiuto del sistema capitalistico, bensì a un riposizionamento qualitativo nei suoi confronti.
Riposizionamento che proseguirà con la pubblicazione il 10 ottobre del 2007 di “In rainbows”, primo disco mainstream ad essere pubblicato esclusivamente in digitale e il cui costo era liberamente scelto dal compratore.
Un disco in qualche modo pacificato in cui si tornò a vedere la luce. Una luce che sembrò filtrare dalle pieghe dei suoi brani soprattutto se rapportata all’oscurità anche grafica dei dischi precedenti.

Eppure si trattava di una luce artificiale.

Il suo essere così ben tornito e maturo, così tristemente sereno non poteva che comunicare un’idea di sinistra perfezione asettica.
L’uomo di “Kid A” pareva infine essersi smaterializzato (come il supporto fisico del disco a lungo negato e pubblicato solo mesi dopo) ed essere finito nel Cloud.
Un esito ultimo che ulteriori sperimentazioni avrebbero rovinato.
Dopo “In Rainbows” i Radiohead avrebbero anche potuto smettere di fare musica.