Cinque anni fa se ne andava Lou Reed.
Come spesso succede si apprende di queste notizie mentre si è indaffarati nelle proprie faccende quotidiane. L’uomo di pubblico dominio che siamo diventati in questi casi si ferma e non può che rifugiarsi nel proprio personale. Magari gli scappa un mezzo sorriso di tristezza e si imbambola nel tentativo di trasmettere verso chissà dove un sentimento di riconoscenza.
Dopotutto, se parliamo di capacità di influenzare altri artisti, Lou Reed è stato forse il musicista più influente della storia del rock. E’ possibile cogliere la sua eredità un po’ in tutte le scene musicale che compongono il mosaico rock: dal noise statunitense post-Sonic Youth alla psichedelia inglese degli Spacemen 3, dall’America profonda di gente come Bill Callahan e David Berman a un certo pop arty e brumoso alla Belle and Sebastian.
Dunque risalendo a ritroso l’eco che la sua opera non smette (e non smetterà mai) di far risuonare nel corpaccione martoriato del rock, si possono individuare e tracciare i mille percorsi che si dipanano da quelle prime incisioni che Lou ci regalava assieme ai suoi Velvet Underground. Un esordio da cui germinavano mille suggestioni e mille scene.
Sin dagli inizi, Lou ha avuto in testa un’idea adulta di rock che lo ha guidato in un percorso che gli ha consentito di diventare l’unico autore di musica pop(olare) ad essere riuscito a scrivere il proprio Grande Romanzo Americano, vera ossessione (spesso frustrata) di ogni artista statunitense. E’ stato il primo ad aver compreso le potenzialità artistiche del rock ‘n roll, fino a quel momento bollato come robetta buona per gli adolescenti e ad averlo elevato verso le stesse vette artistiche riconosciute ad altre arti. La ripetitività percussiva, i feedback di chitarra elettrica, i testi brutali e il minimalismo jazzato della sua musica diventeranno patrimonio di tutto il rock a venire e, in generale, dell’umanità.
Da questa sua idea di rock adulto e artisticamente consapevole delle proprie possibilità germinò tutta quella scena che potremmo definire “art-rock decadente” e che tra gli anni sessanta e la fine degli anni settanta conquistò la ribalta musicale, facendo la spola tra le due sponde dell’Atlantico in un rimpallo entusiasmante.
Se, in occasione dell’anniversario della morte di Lou Reed, riteniamo sia corretto parlare di questa scena è perché essa rappresenta, a nostro modo di vedere, uno dei lasciti più significativi di questa idea di rock che ha accompagnato il nostro in tutta una carriera giocata nel paradosso di una musica sempre uguale a se stessa, ma al contempo percorsa da continue e sotterranee variazioni.
Una scena musicale che, visti i protagonisti in ballo, sarebbe opportuno raccontare come fosse un romanzo, partendo dai suoi protagonisti.
E dunque se non si può che cominciare citando ovviamente il Lourido, il secondo da nominare non può che essere il suo primo partner in crime, ovvero quel John Cale che, musicista raffinato, ha rappresentato dapprima la spalla perfetta di Reed, fornendogli tutto il coté intellettuale e decadente di stampo europeo (lui, nato e cresciuto in Galles) di cui aveva bisogno per riuscire nel suo progetto di maturazione/elevazione del Rock n’ Roll e, successivamente, ha contribuito a indicare la via ad alcuni dei personaggi più importanti della nostra musica (Nico, Patti Smith, Stooges). Senza tralasciare ovviamente una produzione solista brillantemente in bilico tra rock d’autore e pura avanguardia orchestrale.
Proseguendo nella nostra storia ci si imbatte in personaggi del calibro di: Iggy Pop, ovvero il ragazzo selvaggio, tutto istinto, sessualità ed elettrica bestialità; portatore naturale di autodistruzione e visioni apocalittiche che soltanto David Bowie riuscirà a sedare, salvando la vita al ragazzo (non solo artisticamente), ma al costo di sacrificarne parte della furia creativa; David Bowie, il Re Mida la cui genialità non risiede tanto nelle proprie intuizioni artistiche, quanto nella capacità di fiutare l’aria circostante e capire da che parte sta montando la marea artistica e creativa. E’ cosi che fiuta dapprima l’avvento del glam-rock e, in seguito, prevede la new wave, divenendo protagonista del primo fenomeno e padre nobile del secondo. Rende accessibili alle masse il rock artistico dei Velvet Underground, la furia cieca degli Stooges e le visioni gelide e asettiche dei Kraftwerk. Sempre davanti a tutti nel rendere fruibile e cool ciò che nasce in origine per pochi, è un genio del marketing (soprattutto nel vendere la propria immagine, ma anche nel rilanciare carriere altrui: Iggy, ma anche lo stesso Reed di “Transformer”). Nasce provvisto di una delle più belle voci di tutti i tempi e della capacità di scrivere melodie memorabili dalla grandeur teatraleggiante; Brian Eno, figura simile a quella di John Cale, dandy colto e raffinato, porta i Roxy Music ad essere probabilmente (seppure giusto per lo spazio di due magnifici album Omonimo e For Your Pleasure) il più grande gruppo inglese degli anni ’70, firma con la sua tetralogia (Here comes the warm Jets, Taking tiger mountain by strategy, Another Green World, Before and after science) alcuni dei dischi più belli di sempre di pop lunare inglese e infine può intestarsi in assoluta autonomia la nascita di un genere, l’ambient, snodo fondamentale per molte delle musiche di frontiera degli anni a seguire (drone, field music etc). Come produttore guida per mano Bowie nella sua fase più felice (la trilogia berlinese), certifica la nascita dell’effimero, ma seminale movimento newyorkese della No-wave, porta dei ragazzini irlandesi in cima al mondo, dandogli coraggio e spessore (U2) e supervisiona la svolta etnica/poliritmica/burroghsiana dei Talking Head di David Byrne, con il quale firma a quattro mani il capolavoro avveniristico di musica campionata My Life in the bush of ghost.
Ma dopo i personaggi principali, ecco un breve riassunto della vicenda con annessa piccola guida ai dischi.
Anni ’60. In quel di New York, Lou Reed incontra John Cale e insieme formano i Velvet Underground, i quali pubblicano l’Omonimo esordio insieme alla cantante tedesca Nico cui fa seguito White Light/White Heat. Nel frattempo, nell’operaia Detroit, si afferma un rock durissimo, vero antesignano del punk, che trova i suoi protagonisti, oltre che negli MC5 dell’anthem Kick out the jams, negli Stooges di Iggy Pop e dei fratelli Asheton, che pubblicano l’Omonimo disco d’esordio (prodotto da John Cale) e quel Fun House che rappresenta il punto di non ritorno del rock più tonante. Dopo queste prime due vampate (Velvet e Stooges), la nostra storia sembra destinata a sopirsi: travolti dalla loro stessa energia creativa/distruttiva, Reed e Pop sprofondano in problemi di droga e sembrano destinati a bruciare, oltre alle loro vite, anche il loro smisurato talento. Per fortuna accorre in loro aiuto un fan adorante: la star inglese David Bowie che, forte dei successi planetari di dischi come Hunky Dory, Aladdin Insane e The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars, si occupa del loro rilancio, prestandogli il proprio sound (il cui copyright Bowie divide con il chitarrista Mick Ronson, entrambi debitori però di Marc Bolan dei T-Rex) e il proprio vestito androgino e bisessuale. Sotto la supervisione di Bowie, nascono Transformer di Lou Reed e Raw Power, The idiot e Lust for life di Iggy Pop. In seguito, Reed riuscirà a rimettersi in piedi, trovando, come Pop, nel nascente punk newyorkese un esercito di giovani talenti che lo riconosceranno come padre naturale e trionfando con capolavori come Berlin, The Blue Mask, Street Hassle, fino ad arrivare, sul finire degli anni ottanta, al grande romanzo New York dedicato alla propria città. Nel frattempo, Cale pubblica i suoi classici Paris 1919, The academiy in peril, Fear, Music for a new society, produce i dischi della ex-sodale Nico (Marble Index, Desert Shore, The end), ma soprattutto Horses, esordio di Patti Smith, poetessa punk, futura moglie del chitarrista dei MC5, Fred “Sonic” Smith, che infiamma le serate del locale newyokese CBGB’s insieme alla nuova ondata punk formata, tra gli altri, dai Ramones (Omonimo, Rocket to Russia), dal poeta tossico Jim Carroll (un album meraviglioso A Catholic Boy e una carriera da cestista stroncata dall’eroina), dai Television di Tom Verlaine (Marquee Moon), arrivato in città insieme all’amico Richard Hell che a sua volta firma il manifesto generazionale Blank Generation, accompagnandosi ai Voivoids che hanno in organico la chitarra di Robert Quine (che, in seguito, suonerà su alcuni dischi di Lou Reed, Blue Mask su tutti, fino a quando Lou, geloso del suo talento, non lo manderà via), fino ai Talking Head di David Byrne (77, Fear of Music, ma soprattutto Remains in light).
Successivamente, New York avrà il tempo di regalarci il brutale e avanguardistico manifesto No-Wave, assemblato da un Brian Eno in visita nella grande mela, e di dare i natali ai più seminali seguaci dei Velvet Underground: quei Sonic Youth (Daydream Nation, Dirty) che diventeranno uno dei gruppi più importanti dell’underground americano degli anni ’80 e ’90, vera istituzione e modello per decine di gruppi a seguire.
Bowie, dopo che con l’exploit della trilogia berlinese (Low, Heroes, Lodger) aveva centrato pienamente il progetto di tradurre secondo vocabolario rock le visioni elettroniche di gruppi sperimentali tedeschi come i Kraftwerk (Autobahn, Trans Europe Express) e Neu (Omonimo), smarrirà la via inseguendo il suono sintetico degli anni ottanta e perdendo quel tocco da Re Mida che ne aveva caratterizzato ogni sterzata artistica. Prima della morte avvenuta nel 2016, si prenderà la soddisfazione di vedere le nuove leve della new-wave britannica (Magazine, Ultravox, Japan, Depeche Mode) rinascere dalle macerie nichiliste del punk inglese, utilizzando la sua musica come cartina utile per avventurarsi nei territori di una sperimentazione pop con i piedi ben piantati nella tradizione rock britannica, conoscerà una breve rinascita negli anni ’90 con dischi come Outside ed Earthling fino a lasciarci con l’ultimo e, a dire il vero inatteso, capolavoro Black star.
Brian Eno e John Cale continuano ancora oggi a dare le loro zampate di classe, alternando bei lavori ad altri interlocutori.
Di Lou Reed sappiamo che se ne andava il 27 Ottobre del 2013, lasciandoci con il commiato di “Lulu”, disco controverso co-intestato con i Metallica, che – al di là del suo valore artistico che ha suscitato molti dibattiti – ha rappresentato a nostro avviso la perfetta chiusura di una carriera mai accomodante, senza compromessi ed incurante delle aspettative altrui. Un disco che certificava che non si era ancora sopita quella voglia di mettersi sempre in gioco con la beata arroganza di chi, dopo tanti anni, è ancora convinto che una sua “settimana vale quanto un vostro anno”.
Figuriamoci: quella voglia soltanto la morte poteva spegnerla.
Buon ascolto.
E per ogni disco che farete girare, non dimenticate di ringraziare il vecchio Lou.




