“Penso che ho di nuovo i brividi
E mi lascio prendere da domande inutili:
A che cosa pensano questi umani fragili?
A che cosa servono i miei rami stupidi?
A che cosa servono se mi lascio prendere da pensieri inutili?
Posso solo esistere in eterno vivere
Senza avere gli attimi degli amanti giovani”

Queste parole concludono una delle canzoni italiane più belle degli ultimi vent’anni. L’ha scritta Francesco Bianconi per i suoi Baustelle ed è talmente perfetta che il suo autore avrebbe anche potuto fermarsi lì e ritirarsi dalle scene. Per fortuna, non lo ha fatto, considerato che in una  carriera ormai ventennale ha dimostrato di essere uno dei più dotati autori di canzoni della sua generazione (e non solo della sua).

Come ogni canzone pop che si rispetti, “La canzone del parco” ha diversi livelli di fruizione.

Innanzitutto quello musicale, che associa un andamento synthetico alla Stereolab a una melodia che, dapprima procede a singhiozzo, per poi distendersi in un finale struggente e maestoso.

Il secondo livello riguarda ovviamente il testo della canzone. Il brano inizialmente sembra raccontare la storia di due giovani amanti, due adolescenti che si incontrano in un parco. Ora, come sanno i più saggi di noi, l’adolescenza non è certo un’età anagrafica, bensì una condizione dello spirito. E’ la terra degli amori assoluti che nella pienezza dell’innamoramento fa smarrire quel senso della prospettiva che durante la vita ci costringe a pianificare e a misurare il passo. Per cui: se chiunque si innamora diventa (o ridiventa) adolescente, allora anche per lui varrà la frase “domani è lontano, se mi ami ora” (esistono frasi capaci di racchiudere un mondo intero o di cogliere l’essenza di un sentimento, sapete? Ecco, questa ne è un esempio…).

Tuttavia, a ben guardare, il vero protagonista della canzone è il Parco stesso che si allunga per accogliere i due giovani amanti e ne invidia la pienezza della vita e dei sensi. Agognerebbe una impossibile fusione panica che non arriva e lascia il rimpianto di poter solo “esistere in eterno vivere, senza avere gli attimi degli amanti giovani”.

Per anni poeti e cantanti hanno cercato di anestetizzare il proprio dolore (sentimentale, esistenziale) invocando l’insensibilità e l’indifferenza della natura (uno su tutti: il finale de “Lo straniero” di Albert Camus). Bianconi rovescia lo schema e ci mostra come la condizione umana porti comunque con sé una ricchezza cui mai si dovrebbe rinunciare, anche se in cambio richiede come prezzo monete amare come perdita e sofferenza.

Che un tale ragionamento, così ricco e profondo, venga sintetizzato in 6 minuti e 25 secondi di perfezione pop, è uno dei misteri della canzone. Uno di quelli che non stancheranno mai di affascinare.

Baustelle - La Canzone del Parco