La vita spesso è imprevedibile e anche agli artisti, come alle persone comuni, può riservare sorprese inaspettate e deviazioni improvvise da percorsi che ormai si pensavano consolidati. Pensiamo, ad esempio, a Mark Kozelek, classe 1967, originario dell’Ohio ma trasferitosi poi a San Francisco.
Mark attraversa gli anni ‘90 come leader dei Red House Painters, un gruppo che fa della rarefazione e della lentezza  il suo marchio di fabbrica. Grazie ai testi poetici che riescono a entrare in sintonia con la propria generazione e a una voce evocativa, Kozelek diventa una delle icone cult della tristezza indie di quel decennio, regalandoci almeno tre lavori che ancora oggi rifulgono come gemme preziose, “Down Colorful Hill”, il disco omonimo e “Ocean Beach”.

Dopo lo scioglimento della band, Mark passa il decennio successivo senza grande clamore a sviluppare e proseguire un suo personale cammino autoriale incidendo senza grande clamore sotto la sigla Sun Kil Moon. Dopo un esordio molto buono, incide due dei migliori dischi della sua carriera: “April”, che  sintetizza un po’ tutte le sfaccettature del suo suono, e “Admiral Fell Promises” che, seppur parzialmente appesantito dalla scelta di accompagnare il cantato solo con una chitarra dalle corde in nylon, rappresenta forse l’apice della poetica dell’autore. Contemporaneamente però il nostro inizia a mostrare l’attitudine al sabotaggio della propria musica. Inizia infatti a inframezzare ai dischi inediti progetti strampalati, come interi album di cover stravolte degli AC/DC e dei Modest Mouse, alternando  pubblicazioni a nome Mark Kozelek e Sun Kil Moon apparentemente senza un criterio logico. Sia gli ascoltatori che gli addetti ai lavori, sempre più spaesati, iniziano a  pronunciare la classica frase “ah ecco, l’ennesimo disco di Kozelek…” con la conseguenza che i lavori importanti si confondono con quelli minori passando perlopiù inosservati.

La reazione del nativo dell’Ohio però è sorprendente: invece di lasciare raddoppia…… Nel 2012 con “Before The Leaves”, classico lavoro di transizione, inaugura infatti una nuova fase con un nuovo approccio alla parte testuale. I testi diventano torrenziali cronache di episodi più o meno significativi della vita quotidiana, . Qualcuno lo ha definito flusso di coscienza, ma più malignamente si potrebbe definirlo “Mark ci racconta i fatti suoi”. Anche la voce cambia, passando dal tono etereo ed espressivo a uno più rauco e mono-tono, quasi vicino al parlato. Non contento, Kozelek aumenta il ritmo delle uscite, con live e raccolte di cover, scoraggiando anche i più strenui sostenitori (nell’elenco dei quali trovate il sottoscritto) e portando l’attenzione nei suoi confronti al minimo storico.

Quando però tutto sembra condurre a un inesorabile oblio, ecco che nel 2014 – con la pubblicazione di “Benji” – giunge il colpo di scena. Basta infatti una recensione entusiastica, che nell’era dei social diventa virale, per trasformare il nostro eroe da, ormai dimenticato e rarefatto cantore della malinconia, nuovamente a icona, questa volta però con il marchio decisamente più cool degli hipster e sotto l’insegna di un’inaspettata loquacità.  Improvvisamente infatti “Benji” inizia a rimbalzare da un angolo all’altro dell’universo indie, incensato come il capolavoro che finalmente il mondo aspettava e regalando al suo autore un’improvvisa e inattesa esposizione mediatica. A mio avviso, il clamore sollevato dal disco è esagerato e non si tratta del capolavoro ma solo di uno tra i migliori dischi della sua carriera: l’approccio narrativo e il nuovo modo di cantare possono  risultare difficili da digerire per i vecchi fan, anche se va riconosciuto che in “Benji” l’autore riesce a trovare il giusto equilibrio tra la componente musicale e quella testuale. Insomma un momento di grazia in cui la svolta stilistica che nei precedenti tentativi risultava acerba viene ora portata a compimento. Ma si tratterà di un momento di grazia fugace  perché è proprio da qui che comincia il diluvio; diluvio di pubblicazioni (circa 15 dopo “Benji” con altri due dischi in arrivo prossimamente!) ma soprattutto diluvio di parole. Nei dischi infatti prevale la sempre più incontenibile dimensione verbale. Le linee vocali sono sempre più simili tra loro e quasi interscambiabili, finendo per oscurare spesso la pur interessante componente musicale. Quel senso della misura che caratterizzava Benji sembra purtroppo essersi smarrito   a discapito della qualità complessiva e della fruibilità dei lavori.

Viene dunque spontaneo chiedersi come si sia giunti a quell’attimo magico e perché sia durato il tempo di un solo album.
E’ una lettura del tutto personale ma credo si debba fare un piccolo salto indietro nel tempo: tra “Among The Leaves” e “Benji”, nel 2013, si trova infatti un piccolo tesoro perduto, “Perils From The Sea”, inciso da Kozelek e Jimmy Lavalle, meglio conosciuto sotto la sigla The Album Leaf. Il lavoro, pubblicato nel periodo di massimo disinteresse per le faccende kozelekiane, rappresenta una felice anomalia nella sua discografia e va annoverato tra i suoi capolavori. L’unicità del disco è rappresentata dal fatto che Kozelek si trova a scrivere i testi per musica interamente composta e suonata da altri, in questo caso Lavalle. Il musicista americano è dunque costretto per la prima volta a dover calibrare la propria scrittura all’interno di un perimetro delineato da altri. Lavalle oltretutto propone al compagno una  musica che si muove in territori decisamente distanti da quelli al quale quest’ultimo era abituato a operare. Si tratta infatti di  brani estremamente semplici e composti per la maggior parte da una base di elettronica minimale e vintage. Questa essenzialità crea da un lato  una struttura alla quale attenersi, dall’altro   un ampio spazio che permette a Kozelek di esprimere appieno il proprio  stile narrativo. Ed effettivamente tramite la scrittura e l’interpretazione vocale, intensa come nei suoi momenti migliori, Mark riesce a rendere i brani talmente propri che nessuno dubiterebbe del fatto che siano suoi.

mark kozelek & jimmy lavalle - somehow the wonder of life prevails

Il disco non ha riempitivi e la qualità rimane sempre decisamente elevata ma si possono citare alcuni brani per indicare come l’interazione tra musica e testi sia particolarmente riuscita. Il primo brano ci dà la misura del lavoro: una pulsazione elettronica avvolta nel riverbero introduce un’atmosfera cupa nella quale la voce di Kozelek ci racconta dell’abisso di solitudine in cui improvvisamente il fratello è precipitato. Sulla base ossessiva di “1936”,  un giovane Mark ci racconta i sensi di colpa nei confronti della madre, mentre pochi e misurati accordi di tastiera bastano a rendere più tangibile il disagio dell’autore nella storia che lo coinvolge con “Gustavo”, muratore e immigrato clandestino. Se “Caroline” poi possiede a tutti gli effetti le stigmate della ballata kozelekiana, “You Missed My Heart” sceglie un’inedita base quasi synth pop la cui allegria crea un efficace contrasto con la storia di crimine passionale che racconta. Infine c’è il suono etereo che accompagna un Kozelek contemplativo in brani straordinari come “Ceiling Gazing”, “You Felt Like Dancing” e “Somehow The Wonder Of Life Prevails”, quest’ultimo uno dei brani migliori della sua carriera.
La forza del disco risiede, quindi, principalmente  nella sinergia tra i due autori. L’uno mette con umiltà, intelligenza e abilità la sua musica al servizio dell’altro che così riesce a incanalare la sua prolificità e il suo estro, limandone gli eccessi.

Forse proprio nell’esperienza acquisita nella collaborazione e nella mediazione necessaria per la composizione di Perils, va ricercato quel fattore decisivo che ha contribuito a portare alla maturità compositiva il “nuovo kozelek” che troviamo in “Benji”. L’impressione del tutto personale e ovviamente opinabile è che nel diluvio post-Benji, forse forte anche del consenso ricevuto, Kozelek abbia rinunciato a quell’apertura verso l’esterno e si sia rinchiuso sempre di più in un bozzolo di autoreferenzialità che lo ha portato ad esempio a inserire due lettere di fan adoranti all’interno dei suoi testi. Anche quando ha giocato nuovamente la carta della collaborazione, come ad esempio quella sulla carta molto stimolante con Jesu, non si è più verificata quella compenetrazione artistica che troviamo in “Perils” ma piuttosto si è assistito a una mera sommatoria dei due artisti con il cantato-parlato di Kozelek che assume anche in questo caso una posizione dominante e caratterizzante.

Il futuro però è lì ancora non scritto e chissà che il destino ci riservi ancora una volta delle svolte sorprendenti. Nel frattempo noi guardiamo il cielo aspettando che il diluvio termini e le nubi si diradino perchè come dice Mark “in qualche modo la meraviglia della vita prevale”.