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Fast Animals And Slow Kids – A Cosa Ci Serve

A cosa ci serve - Fast Animals and Slow Kids (Hybris - Woodworm / Audioglobe - 2013)

Si può essere adolescenti più di una volta nella vita.
Ti può capitare ogni volta che senti Roger Daltrey degli Who cantare in “My Generation” di voler morire prima di diventare vecchio o Johnny Rotten sputare con sdegno il suo celebre “No Future” in faccia ad ogni convenzione borghese. Dagli anni ottanta più sotterranei, si potrebbe pescare la rabbia incattivita dei Black Flag di “Rise Above”, mentre nei novanta, quando d’altronde tutto odorava di teen spirit, lo slogan più efficace a questo scopo mi sembra essere quello di Billy Corgan che, alla testa dei suoi Smashing Pumpkins, definiva il mondo un vampiro e sosteneva, in un mix letale di frustrazione e aggressività, che nonostante la propria rabbia si sentiva ancora come un topo in gabbia.
Si può essere adolescenti ogni volta che si vuole.
Non bisogna farsi ingannare dal tempo che passa o dal fatto che i pomeriggi trascorsi a farsi spiegare la rabbia (o la vita) dalla musica si facciano più rari. Né deve scoraggiare la sensazione sempre più reale che quella rabbia ingenua si sia via via stemperata perché col tempo si abbassano le aspettative: si finisce per misurarsi con la realtà per come è e non per come dovrebbe essere. Non si cerca più di affrontarla a brutto muso – la vita – ma la si aggira grazie alle conoscenze che si sono acquisite lungo il percorso.
Il tempo che passa non è una buona ragione per rinunciare a una parte significativa della propria vita. Lo sa bene chi continua a bazzicare certe musiche che, quando meno te lo aspetti, fanno aprire quella botola segreta che conduce dritti dritti verso il ragazzo che si è stati. E anche se sarebbe bello parlare con lui, in genere si resta in silenzio, perché prevale l’invidia verso quel ragazzo che ha il tempo dalla propria parte. Quello stesso tempo che i Fast Animals and Slow Kids invocano ripetutamente in questo brano del 2013 presente nel loro secondo disco “Hybris”. Lo invocano per averne di più e per capire a che cosa serve averne in quantità se poi alla fine lo si spreca, se si smette di credere nelle possibilità garantite dal semplice fatto di possederlo. E musicano questa loro invocazione utilizzando il linguaggio del punk-rock, ovvero di quella musica condotta da chitarre rumorose che non si perdono in inutili lungaggini, ma vanno dritte al punto e che fanno a gara con un cantato che deve urlare, altrimenti soccomberebbe all’impeto della band che lo sorregge. D’altronde, non è forse l’essenza stessa del rock n’ roll ad avere a che fare con i sentimenti tipici dell’adolescenza? Rabbia, frustrazione, ansia di vivere, anelito alla (auto)distruzione, voglia di affrontare e paura di farlo.
Di tutte le storie che il rock ha raccontato, una delle più affascinanti è certamente quella incarnata da quelle band che costruivano seguito e credibilità sull’etica do-it-yourself e su una vita passata on the road con pochi mezzi (Mike Watt all’epoca dei Minutemen diceva “se non stai suonando, allora stai pagando”). E se non hai soldi puoi farcela solo caricando e scaricando da te gli strumenti dal furgone che tu stesso hai guidato. Occorre creare connessioni con il resto della scena, con i locali e i circuiti delle fanzine (cartacee? web? Stessa cosa, mutatis mutandis…) e soprattutto con i fans in favore dei quali abbatti la linea del palco e li inviti a entrare nella famiglia indissolubile che la tua band sembra costituire. Andare a un concerto di certe band punk rock ti restituisce ancora quella sensazione di appartenenza che altrove è ormai smarrita.
E’ ad uno di questi concerti che potresti ritrovarti a cantare a squarciagola un brano come “A cosa ci serve”, alla ricerca di quella catarsi che ti ha sempre fatto vivere meglio. Ti è sempre bastato assaporare quella rabbia addomesticata nella struttura di una canzone e quel cantato corale che ti ricorda che, per quanto tu possa soffrire, quella sofferenza puoi spartirla con un’intera categoria di animi affini. Animi dapprima resi simili semplicemente dall’età, poi – quando gli anni hanno fatto il loro sacrosanto lavoro di scrematura – da una sensibilità che proprio non permette di lasciarsi scivolare verso un’età adulta che non ha più nulla a che fare con la giovinezza.
E così, nonostante un’età in cui l’esaltazione per certa musica potrebbe (o dovrebbe) costituire imbarazzo, c’è qualcosa in questa canzone che risveglia il “ragazzo” per l’ennesima volta. Sarà quel linguaggio che ha tutte le ingenuità di quella stagione della vita o l’energia euforica e poco controllata che viene profusa nel brano, fatto è che, senza l’imbarazzo che dovrebbe provare un uomo dai capelli oramai bianchi, ci si può ritrovare a urlare frasi come “non vorrei esser mai nato”, oppure “brucerò entro due anni lo giuro” o ancora “lo so che è meglio che esplodo”.
Si può essere adolescenti più di una volta nella vita, ma vergini una volta sola, questo sì. Eppure anche a chi la propria verginità l’ha persa anni addietro, magari con gli Who o chessò con i Fugazi o gli Husker Du, può capitare di trovare la vibrazione giusta e, a quel punto, è come ritrovare l’amore dopo anni di astinenza.
Per tutto questo, io sono grato a questi quattro ragazzi di Perugia. Mi sento parte della loro scena e loro lo sono della mia. Sarà bello vederli crescere e maturare… e continuare a flirtare con la propria adolescenza.



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