E poi ci sono dischi come questo.
Mentre stai lì tutto serio a farti del male con gli Gnod o, con espressione concentrata, cerchi di capire l’esatto minuto in cui il nuovo di Jonathan Wilson ti romperà le palle, ti accorgi che i Subsonics, band di Atlanta attiva ormai da più di 20 anni, ha appena pubblicato il suo ottavo disco.
Lo metti su e immediatamente ti si svuota la testa e senti la pressione sgonfiarsi.
Dico proprio la pressione della tua vita, con i suoi impegni, le scadenza, la rata del mutuo e tutte le altre piacevolezze che ci inventiamo per riempirci le giornate. Tutto questo – dicevo – sparisce, spazzato via dal rock n’roll al grado zero dei Subsonics e in ben che non si dica ti ritrovi a casa con canzoni che sembrano scarti raccolti da terra ai bordi del marciapiede del Max’s Kansas City o del Cgcb’s. Lou Reed è ancora vivo e vegeto, non hanno ancora sparato ad Andy Warhol e gente come Jonathan Ritchman sta già cominciando a suonare in giro. Queste le coordinate su cui si muove da sempre il garage lo-fi e senza noise dei Subsonics: una chitarra elettrica pulita, un filo di organo quando ci vuole, una batteria dal kit minimale e una voce aliena tra Tom Verlaine e Gordon Gano. E poi ci sono le melodie: tutte leggere e naïf, capaci di riportare alla superficie ogni complessità. A volte irresistibilmente sciocche, in altri casi notturne e romantiche di un romanticismo straccione, altre volte rock n’ roll come sarebbero piaciute a Buddy Holly. Inutile indicarne una piuttosto che un’altra: sparatevele tutte assieme di seguito.
Vi verrà voglia di rimettere di seguito il disco da capo. E poi ancora una volta.
Vi ricorderà di cosa parliamo quando parliamo di rock n’ roll e di attitudine.
Vi ricorderà che la storia della nostra musica deve molto anche ad eroi sotterranei come Clay Reed, cantante e autore delle canzoni proposte dal trio di Atlanta, che da tanti anni conduce il suo personale esperimento: rendere semplice quello che attorno a lui tutti si affannano a rendere complicato. (Voto: 8,00).




