Il 3 Luglio di quest’anno è morto Richard Swift. Un cantante straordinario e un musicista fenomenale a cui – confesso – devo delle scuse.

Dopotutto è per gente come lui che noi appassionati di musica viviamo. Per l’incredibile ossimoro costituito dalle loro malinconiche melodie pop. Per la sofferenza che senti in quei ritornelli appiccicosi e per il balsamo per ferite costituito dagli spigoli perfettamente arrotondati delle strofe.

E’ con gente come Richard Swift, Elliott Smith ed Emitt Rhodes che noi appassionati di musica si vive meglio. E’ ascoltando certi tesori nascosti di Epic Soundtrack, dei Big Star o di Sean Lennon che riusciremmo a superare qualunque ostacolo.

A Richard però devo delle scuse, perché – confesso – di averlo sempre mancato.

Ascoltato distrattamente in occasione del suo disco del 2007 “Dressed Up For Letdown”, mi ero sempre ripromesso di riascoltarlo per benino. Nel frattempo, tanta musica passava per il mio stereo e quello di Richard era un nome che ritornava sempre: membro degli Shins, turnista per i Black Keys, ben più di un produttore per Foxygen e Damien Jurado. Tutto questo non faceva mai uscire il buon Richard dai miei radar, eppure non trovavo mai il tempo per fermarmi ad ascoltare la sua musica.

L’ho fatto adesso, dopo la sua morte, e l’ho scoperta meravigliosa.

Richard Swift - "Kisses For The Misses" (Official Video)

Non scrivo sull’onda dell’emozione per la morte di un ragazzo di 41 anni con problemi con l’alcool e senza un soldo per pagarsi le cure ospedaliere di cui aveva bisogno. Ne scrivo perché le sue canzoni erano semplicemente sopra della media; la sua capacità di arrangiatore superlativa; la vocalità dolce e appassionata; la scrittura solidissima e, anche se fortemente debitrice di certi anni ‘60, mai meramente revivalista.

L’averlo trascurato in tutti questi anni, mi fa sentire – come un idiota – in colpa. Da oggi, però, Richard Swift diventa uno dei miei artisti. Sicuramente gli avrebbe fatto piacere sapere che da questa parte di quell’oceano Atlantico da lui cantato nella traccia che intitolava il suo disco del 2009, c’è qualcuno che lo ricorderà per sempre, facendo girare la sua musica.

Per la cronaca, Richard è morto perché beveva: nonostante avesse provato a disintossicarsi non c’è stato nulla da fare. Il fisico era troppo debilitato.

Ma ritengo sbagliato descrivere adesso la sua musica alla luce della sua drammatica fine. Non mi dilungherò sul dramma dell’alcolista che solo nella musica trovava dolcezza e serenità, ma che non riusciva mai a liberarsi davvero della sua malinconia al punto da tornare sempre alla bottiglia. Non mi sembra davvero la chiave di lettura per comprendere l’opera di Richard che va invece ricercata solo nella musica stessa. I dischi di Richard Swift sono miracoli compiuti da un uomo talmente innamorato della musica, da viverci dentro in modo totale. Richard era talmente immerso nella materia musicale che aveva la capacità di plasmarla con una facilità e un talento fuori dal comune. Lo testimoniano, d’altronde, anche tutti i lavori da produttore collezionati con   musicisti notissimi che più che clienti divenivano amici che affollavano il suo studio di registrazione.

Per chi volesse ascoltare le sua produzione come cantante e non si fidasse solo della mia parola d’onore, allora sappia che siamo dalle parti dell’Elliott Smith del periodo “Figure 8” e dunque canzoni beatlesiane calate nella grande tradizione del cantautorato americano che Richard mostrava di conoscere a menadito nell’utilizzo di ukulele, dei fiati bacharachiani e di pianoforti saltellanti da music hall. La produzione era un miracolo di equilibrio tra arrangiamenti lussuriosi che non smarrivano mai il senso della misura e armonizzazioni vocali alla “Because”. L’alternanza tra strofa e ritornello non era mai banale, ma operata sempre con movimenti circolari che avrebbero potuto continuare all’infinito e tradivano i fantasma folk che aleggiavano in quella voce nasale.

Una voce che adesso si è spenta.

Una mente musicale che ha smesso di creare.

Dal 3 di Luglio del 2018, siamo tutti un po’ più poveri.

Dovremmo fermarci a rifletterci su, invece di rincorrere sempre il flusso delle cose, finendo per non notare la bellezza e la passione che ci circonda.