Tutto fumo e niente arrosto? No, non intendo propinarvi luoghi comuni del tipo “non ci sono più le mezze stagioni”, ma è che spesso quando ci si trova ad ascoltare dei lavori formalmente impeccabili, la paura è che questo detto possa purtroppo rivelarsi calzante. Infatti ciò che ad un primo approccio può far urlare al miracolo, rischia invece di mostrare i suoi limiti con il passare del tempo.

Il disco di esordio di Cosmo Sheldrake è uno di quelli la cui prima impressione va verificata da ascolti successivi per valutare tenuta e peso specifico.

Al primo incontro è infatti naturale sbarrare gli occhi e rimanere affascinati o addirittura stupefatti dal circo sonoro che ci si para di fronte: arrangiamenti scintillanti fatti di incastri millimetrici e orchestrazioni lussureggianti che non oltrepassano mai il fatidico limite del kitsch.

Dunque è nata una stella o si tratta solo di un brillante esteta?

Si passa quindi un po’ trepidanti (dopo aver già comprato il disco presi da una scimmia irrefrenabile) al secondo fatidico ascolto, quasi timorosi che l’imponente costruzione si possa sgonfiare improvvisamente, mostrando mancanza di fondamenta e rivelandosi in fondo solo una bella illusione.

I dubbi però si sciolgono sempre più ad ogni nuovo ascolto.

Cosmo Sheldrake - Egg and Soldiers

Il giovane inglese infatti riesce a integrare con sorprendente maturità mondi diversi: la tradizione compositiva del pop inglese con il virtuosismo e la fantasia in fase di arrangiamento di un Sufjan Stevens o di un Owen Pallett, l’antico e il moderno, il serio e il faceto.

Tutto il disco poi è avvolto in un’atmosfera giocosa e surreale all’Alice nel paese delle meraviglie, che non può non richiamare nello spirito i grandi matti d’albione come Syd Barrett o d’oltreoceano come i They Might Be Giants e il Cappellaio Matto Tom Waits.

Ma soprattutto, sotto il guscio colorato e accattivante, si cela una polpa succosa: le canzoni.

Ci sono, prima di tutto, le marcette irresistibili e contagiose come “Wriggle” e “Come Along” che sprizzano vitalità ed esuberanza da tutti i pori. Quest’ultimo è il classico brano che, se ascoltato mentre siete in coda nella vostra auto, vi causerà severe occhiate di disapprovazione da parte degli altri guidatori, mentre battete freneticamente le mani sul volante come un idiota in preda a un ritmo inesistente.

Ma non c’è solo ritmo. Provate a immergervi nell’atmosfera soffusa del valzer “Solar Waltz” che riesce a unire con grazia ed equilibrio una vena più intimista,  con una sontuosa ma elegante orchestrazione.

E poi c’è “Egg and Soldiers” che saltella al rallentatore ed è come se gli XTC avessero preso Kevin Ayers alla voce (a proposito di grandi matti) e, per celebrare al meglio un certo stile lunatico e quintessenzialmente britannico, avessero deciso di farcire tutto con archi a metà tra le tentazioni da vaudeville dei Kinks e l’avanguardia pop dei Beatles.

Questa girandola di nomi può far pensare al disco citazionista di un artista senza una sua propria identità ma da “The Much Much How How and I” emerge l’esatto opposto: una marcata personalità che permette all’autore di sintetizzare le sue tendenze massimaliste e le svariate fonti d’ispirazione in un suono fortemente riconoscibile.

Infine la la collaborazione con Matthew Herbert, personaggio fuori dagli schemi dell’elettronica inglese, fa  intravedere una possibile e stimolante direzione futura per la musica di Sheldrake che porti a una maggiore integrazione con l’elettronica.

Dopo averlo aspettato, quindi, al varco del secondo ascolto attendiamo con fiducia l’artista inglese alla dura prova della conferma, ma con calma…. Ora infatti è semplicemente il momento di assaporare fino in fondo questo complesso e sorprendente esordio. (Voto: 7,5)