Carla Bozulich è  un’artista che certamente non lascia indifferenti. Il suo è un approccio viscerale in cui il vissuto si intreccia profondamente alla musica, creando una marea emozionale che può anche risultare respingente per chi vi si accosta.

I suoi dischi passano dal rumore di fondo fino a ondate di caos sonoro. Così come la sua voce può passare dal tono sussurrato a grida lancinanti, quasi a voler coprire l’intero spettro della condizione umana e in particolare il  lato più tormentato. L’essere percepita come sacerdotessa underground dell’oscurità, che da un lato ripropone il tono più ieratico di Patti Smith o PJ Harvey e dall’altro quello più invasato di Diamanda Galas, senza dimenticare quella Lydia Lunch che per sua stessa ammissione rappresenta uno dei suoi maggiori riferimenti, è anche forse l’aspetto più controverso dell’artista.

Se si affronta la sua musica a un livello superficiale infatti il suo atteggiamento può sembrare eccessivamente costruito e manieristico e il suo sperimentalismo visto come un artificio fine a sé stesso. Al contrario se si scava più a fondo, ci si accorge che dietro all’aspetto ostico e monolitico si cela una musica esigente di una delle autrici più autentiche e stimolanti in circolazione. La Bozulich richiede infatti al fruitore uno sforzo emotivo e di ascolto necessario per superare l’ispida corazza superficiale in modo da poter così arrivare  al denso nucleo nel quale si trova l’essenza della sua poetica.

Un viaggio impegnativo e non sempre piacevole, e forse non per tutti, che può però diventare un’esperienza significativa e profonda.

Dopo la partecipazioni a gruppi come  i Geraldine Fibbers e i progetti con l’ex marito Nels Cline, senza dimenticare la riuscitissima cover integrale di “Red Headed Stranger” di Willie Nelson, la Bozulich approdò alla carriera solista.Il suo itinerario musicale partì nel 2006, grazie al fondamentale supporto dell’etichetta Constellation, che pubblicò  l’eccezionale “Evangelista” e  l’altrettanto notevole “Hello Voyager”  ma dopo qualche disco emerse l’esigenza di un cambiamento.

Quindi nel 2014 con “Boy” la cantante newyorchese alla soglia dei 50 anni optò per un cambio di strategia sonora. Il disco descritto dalla stessa autrice come il suo lavoro  “pop” conteneva una serie di canzoni dal formato relativamente più convenzionale e rock, pur senza rinunciare all’intensità interpretativa e all’attitudine sperimentale che da sempre la caratterizza.

Proprio nel tour seguente la Bozulich fu affetta da un problema temporaneo ad un’orecchio. Ed è proprio da questa condizione e dall’alterazione della percezione da essa derivante, che nasce “Quieter”. L’artista decide infatti di recuperare alcune canzoni che non si prestavano all’inserimento nei dischi precedenti mentre si adattano perfettamente all’approccio ovattato del nuovo progetto.

La classica densità sonora dei lavori precedenti viene diluita in suono più sparso che privilegia un’atmosfera più avvolgente rispetto a quella opprimente del passato e alle colate d’asfalto emotive che ricoprivano in particolare “Evangelista”, il suo disco più intenso.

Carla Bozulich | "Let it Roll"

Si parte con la litania di “Let It Roll” dove su un tappeto creato da basso, percussioni tintinnanti, manipolazioni sonore e uno strumento a fiato dal sapore mediorientale si inserisce la Bozulich con un tono dapprima recitativo e quasi sommesso. La canzone non ha un vero e proprio crescendo ma, man mano che l’interpretazione dell’autrice sale di intensità, viene rafforzata da poche e calibrate note di piano e chitarra, voci effettate e batteria spazzolata che creano un effetto spettrale ma coinvolgente.

Una strada simile viene percorsa in “Glass House” dove però, a una prima parte caratterizzata da una sorta di bizzarro carillon, segue questa volta una vera e propria progressione che sfocia in un finale quasi positivo e melodico, perlomeno per gli standard della cantante e in “Stained In Grace” dove invece ritroviamo lo spirito inquietante e sofferto dei primi dischi.

“Sha Sha”, nel mezzo di un’introduzione e una conclusione di soli contrabbasso e batteria tra free e musica da camera, ci propone una Bozulich soffice e leggera come mai l’avevamo sentita.

I tre brani finali ci propongono la collaborazione con alcuni ospiti che produce risultati decisamente stimolanti.

Nell’atmosfera onirica e teatrale di “Emilia” si inserisce la chitarra di Marc Ribot che, incalzato dal violoncello, mostra tutta la sua maestria oscillando tra suoni più jazzati e distorsioni fino a lambire addirittura territori Frippiani. Il brano culmina in un coro virtuale riprodotto dalla voce della Bozulich sovrapposta più volte.

“Written In Smoke”, il brano più ostico del lavoro, ci catapulta dritti nell’oscurità, in una sorta di incubo blues rarefatto, nel quale il cantato è sommerso da dissonanze ed effetti prodotti da Sarah Lipstate in arte Noveller.

Il disco però si conclude con una nota più luminosa e il brano più sorprendente, “End Of The World”  scritto da Ribot. La canzone è una ballata jazzata, interpretata da Carla con una grazia e delicatezza inedita, accompagnata dal solo chitarrista.

Tirando le somme ci troviamo di fronte al migliore lavoro della Bozulich dai tempi di “Hello Voyager”. L’artista dimostra la volontà di scrollarsi di dosso un personaggio del quale rischiava di rimanere prigioniera, facendo trasparire un’evoluzione che va di pari passo alla maturità che l’impietoso scorrere del tempo porta con sè. (Voto: 8,00)



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