Se conoscete già gli Gnod, meglio. Se non li conoscete, fa lo stesso. Cercate pure su internet maggiori informazioni su chi si nasconde dietro il collettivo guidato da Paddy Shine e su cosa questi poco rassicuranti ragazzi del nord dell’Inghilterra (Salford, appena accanto Manchester) hanno pubblicato a partire dal 2006. Ma – dicevamo – non importa se conoscete o meno gli Gnod, perché quello che conta è che posizioniate il vostro Vinile-Cd-File sulla prima traccia di “Chapel Perilous” ovvero “Donovan’s Daughter”. In cambio riceverete una scarica da quindici minuti di rock apocalittico come non se ne sentiva davvero da tempo. Qualcosa a metà tra i Can più invasati e uno a caso tra i fracassi sonori dell’ultima incarnazione degli Swans. O meglio ancora: immaginate di innestare le batterie perentorie e le chitarre tumultuose di “Theme” dei Public Image LTD sulla tecno apocalittica di “Open Up” dei Leftfield e forse (forse) ci sarete. Potreste credermi sulla parola, ma il mio consiglio è quello di provare con le vostre stesse orecchie e lasciarvi aggredire dal muro di chitarre elettriche che, dapprima sgranano accordi sferraglianti, per poi sdoppiarsi e cominciare a rincorrersi l’una con l’altra, fino a diventare un unico, debordante e deragliante, flusso sonoro. La batteria, dal canto suo, dapprima segue a distanza con echi sul rullante dai sapori dub-bristoliani, poi comincia a battere, all’unisono col resto del gruppo, colpi che generano crepe e la fuoriuscita di schegge noise. La voce declama imperiosa qualcosa a proposito del cielo che sovrasta e inghiotte la terra, mentre attorno ogni cosa viene spazzata via. Tutto poi sembra liquefarsi a metà brano: restano una pulsazione metallica e delle spirali di droni a creare una nube tossica ottundente da cui però ci si risveglia con una brusca accelerazione rock, fulminea e pazzesca. Il cielo dunque ha inghiottito la terra, le cose vengono spazzate via, l’urlo della voce diventa guerriero o forse solo isterico. Il resto è rumore bianco, gioco al rilancio, dinamica dello sfascio. Il suono di un’armaggeddon al calore bianco che si conclude con un finale in cui le chitarre rovinano su stesse, accartocciandosi come lamiere contorte. Semplicemente imponente e colossale. Di sicuro uno dei pezzi dell’anno. Dopo un inizio così, non si può che decelerare. “Europa” è batteria sparsa e clangore industriale, droni lontani e pulsazione sintetiche e poi ancora: voce campionata, tastiere glaciali, sibili e tape recorder. Scenari da deserto metropolitano che sfociano nel dittico rappresentato da “Voice from Nowhere” e “A body”, in cui i fondali oscuri vengono mossi da percussioni tambureggianti, bassi reiterati, sibili di feedback e synth che si gonfiano minacciosi. Sono brani in cui la tensione si accumula minacciosa senza essere mai rilasciata. I muscoli sono tesi, i sensi all’erta per un senso come di pericolo incombente. In “A body” torna la voce di Paddy Shine per uno spoken che viene trafitto da lame di synth e da chitarre che si limitano a lanciare segnali verso il nulla. La batteria filtrata mantiene un clima di rabbia compressa che trova finalmente sfogo nel finale di “Uncle Frank says turn it down”: cavalcata noise-rock devastante, ma anche un po’ telefonata per chi bazzica certi territori. Registrato in Olanda, presso i Supernova Studio di Bob De Vit, “Chapel Perilous” è un disco esaltante con una prima traccia ad alzare la media del voto, ma che vanta anche un ottimo equilibrio tra assalti rock e brani che si propongono come “sculture di materiale astratto”. L’esiguo minutaggio (circa 37 minuti) risulta funzionale alla fruizione dell’opera che, una volta terminata, invita al riascolto, chiedendo solo di perdersi in quei territori inesplorati verso cui, avvertono gli stessi musicisti, “il percorso degli Gnod continua fermamente a muoversi in avanti, senza nessun riguardo per la sanità di chiunque si trovi nei dintorni”. (Voto: 8)