Zaccareo è uno dei miei migliori amici. Uno di quelli che se domani mi dicesse “ho fatto una cazzata e adesso ho un cadavere da nascondere” mi adopererei per farlo. Per fortuna questa ipotesi mi sembra abbastanza remota, considerato che Zaccareo è anche uno degli uomini più miti e ragionevoli che io conosca. Nella vita fa qualcosa che ha a che fare con le dichiarazioni dei redditi, per dire… Politicamente poi, è sempre stato un moderato. Difficilmente prende posizione e mentre gli altri si accapigliano in dispute senza fine, di solito resta in silenzio con la faccia di chi su quel tema ne sa più di tutti, cosa che nella maggior parte dei casi è vera.
Una sera però, durante una cena con altri amici fidati, si finisce per parlare di politica e dunque di roba tipo la presunta genuinità del populismo, della destra che sta conoscendo una nuova incarnazione e di altri preoccupanti scenari. E in questo medioevo della ragione, Zaccareo finalmente parla. E pronuncia le parole giuste: quelle contro cui nessuno ha la forza di ribattere perchè, a differenza di molte altre, hanno forza e ragionevolezza e sono piene del buon senso di chi riflette e non urla. Per una volta, nel piccolo di quella cena tra amici, il chiacchiericcio contrapposto “delle tante bocche parlanti, ma delle poche teste pensanti” si placa. E questo grazie a qualcuno per cui la moderazione è innanzitutto una stanza di decompressione in cui potersi estraniare per comprendere cosa sta succedendo realmente.
Poi succede che il giorno dopo mi capita di mettere su questo pezzo dei Bachi da Pietra “Black Metal il mio folk”, brano che apre il loro album del 2015 intitolato “Necroide” e ci ritrovo gli stessi argomenti utilizzati dal mio amico.
Non credo che Zaccareo conoscesse il gruppo di Giovanni Succi e Bruno Dorella eppure la sera precedente aveva espresso gli stessi concetti che adesso sentivo urlati con voce cavernosa in un brano tra l’industrial e il black metal più truce. Una canzone in cui si dice con chiarezza dove sta andando a parare questo momento storico dai toni così violenti che sembrano preannunciare una violenza ancora maggiore. E nel predire i prossimi scenari di guerra, i Bachi scelgono di utilizzare un linguaggio da loro mai adoperato: quello del metal.
Quasi come fosse il tema della canzone a imporre la durezza della musica.
Nel bel mezzo degli anni ‘90, i CSI, descrivevano il proprio album “Linea gotica”, come “un disco di chitarre elettrificate (…). A conti fatti è questo il suono del nostro tempo, per quanto detestabile possa essere questo tempo e questo suono”. Spero che il clangore oscuro di “Black metal il mio folk” non diventi davvero il suono del nostro tempo, sostituendosi al silicio elettronico che oggi ne costituisce la perfetta incarnazione, ma è anche vero che nella scelta di cantare la propria canzone di protesta, utilizzando il metal come nuovo folk, si coglie la delicatezza di un momento che appare oscuro.
Un momento in cui la corrente storica sembra affidare a (stupidi) esecutori il completamento di un disegno di un mondo frammentato dove al multilateralismo della seconda metà del ‘900 va sostituendosi un nuovo, ma in realtà antichissimo bilateralismo, conflittuale e sovranista.
Quello che so è che uno dei pochi antidoti all’irragionevolezza e all’istintiva chiusura verso l’esterno può essere rappresentato dalla parola e dalla riflessione. Tutte cose che, nella quotidianità, il mio amico Zaccareo può dispensare a chiunque lo interroghi e abbia tempo e voglia di attenderne la risposta e che, nell’arte, uomini come Giovanni Succi e Bruno Dorella, possono coniugare in musiche violente e capaci di catartiche chiamate alle armi.
Vite differenti che hanno in comune solo una cosa: il buon senso di chi osserva il mondo e sente istintivamente da che parte sta la ragione.






