Il palco è stato allestito di fronte al mare di Catania. In lontananza è possibile vedere le luci della città e, in particolare, quelle del porto di Ognina. Le scarpe ti si riempiono di sabbia ad ogni passo, mentre avanzi tra la gente accorsa per rispondere all’appello lanciato dagli Uzeda, gloria locale, nazionale e internazionale che, per festeggiare nel modo migliore il proprio trentesimo compleanno, ha deciso di organizzare un festival musicale dal cartellone impressionante. Sebbene la partecipazione del pubblico sia stata entusiastica e numerosa, non si è creata nessuna calca: tutto resta assolutamente vivibile e il clima è davvero quello della festa. Mentre sorseggi una birra troppo cara, attendi l’inizio dei concerti e provi a contare il numero delle palme disseminate lungo tutta la spiaggia catanese. L’aeroporto non è lontano e gli aerei che sfrecciano sopra il palco hanno luci di posizione che risaltano nel buio della notte. Appaiono come terrificanti uccelli muti perché il rumore del loro motore viene coperto dal rombo della musica. Stasera infatti si picchia duro: va di scena il rock alternativo degli anni ‘90. Un animale mutaforme che, a seconda dei suoi movimenti, assumeva un nome differente (noise, hardcore, post rock, slowcore,  math rock etc). Ad accomunare tutto era un atteggiamento do-it-yourself figlio del primissimo punk e lontano da certi riflettori musicali capaci di ricoprire di glamour, ma anche di uccidere il fascino carbonaro di certe musiche.

Chi c’era se la ricorda bene quella scena… immergersi in essa ti faceva sentire diverso e a parte di segreti musicali a cui pochi avvertiti potevano accedere. Negli anni ‘90 aveva ancora senso distinguere tra un mainstream e un underground rock. Potevi ancora opporre a una massa di gente che ascoltava U2 e Springsteen il “vero verbo rock”. Quello più duro e incompromissorio, ma che non degenerava nella pesantezza da fumetto del metal. Dopo i novanta, il rock perse la propria centralità e si disperse in mille rivoli, cancellando l’idea stessa di mainstream cui poter contrapporre orgogliosi le proprie delizie musicali, tentati dalla voglia di condividere, ma sempre con la ritrosia di chi non vuole sciupare il segreto.

 

Ad aprire entrambe le giornate ci pensano i padroni di casa. Gli Uzeda salgono sul palco e subito ricordano a tutti cosa hanno sempre rappresentato dal vivo, ovvero una vera e propria macchina da guerra. Un pachiderma che poggia solido su quattro gambe che poi sarebbero quelle di Davide Oliveri alla batteria e di Raffaele Gulisano al basso. Gulisano zavorra i brani con le note plettrate e sature del suo basso; la potenza rock ce la mette soprattutto lui, mentre Agostino Tilotta alla chitarra sguscia via agile, ritagliandosi un ruolo da guastatore. Entra ed esce dal brano, a volte si lancia in ipotesi di riff rock che rovinano su se stessi oppure si misura in tour de force chitarristici con assoli nervosi, spezzettati, incongruenti, balbettanti, schizofrenici. Giovanna Cacciola alla voce invoca, impreca, declama. Enfatizza i picchi emotivi e musicali con l’intensità delle sue urla. Per loro, nei due giorni del festival, due set complementari che hanno il pregio di fissare da subito altissima l’asticella delle esibizioni.

Nella prima giornata, dopo i padroni di casa, arrivano i Three Second Kiss che contano su una sezione ritmica poderosa e su una chitarra che si ritaglia delle belle progressioni armoniche e si produce in arpeggi noise di tutto rispetto.

Dopo un inizio così rumoroso, si tira il fiato con i Black Heart Procession. O meglio… si fa per dire, perché a diminuire sono solo i volumi, mentre ad aumentare sono pathos e intensità, soprattutto quando la band si produce in brani che fanno parte della nostra vita come “A light so dim”. La solita vecchia sega suonata con archetto da violino colora tutto di gotico sudista, la voce di Pall Jenkins sembra sempre provenire lontana e da un luogo imprecisato anche se canta a due metri da te, mentre Tobias Nathaniel appoggia le note con la stessa grazia delle sue partiture.

Infine chiudono la prima giornata gli Shellac di Steve Albini, Bob Weston e Todd Stanford Trainer. Il loro sound dal vivo rappresenta il perfetto punto di incontro tra matematica e psichiatria. Albini era e resterà sempre il ragazzino nerd di vent’anni che ha inventato l’hardcore. Solo che adesso è un ragioniere occhialuto in maglietta bianca sdrucita che mette in evidenza i chili di troppo e le braccia magre, mentre tormenta una chitarra attaccata alla vita tramite una strana cintura. Albini si muove all’unisono con il resto del gruppo: insieme affrontano tetragoni un’audience con la quale riescono a creare una empatia che ha dell’incredibile, considerato quanto sia estrema la proposta musicale. Saranno i monologhi straniti e stranianti di Steve, il ruolo di guru suo malgrado o forse le orbite rovesciate e la teatralità di Trainer o forse ancora lo stile dimesso di Bob Weston (che dei tre sembra l’unico sano di mente), ma gli Shellac hanno in pugno il proprio pubblico. Passano dall’hardcore al math-rock senza soluzione di continuità in un massacro sonoro che prende tutte le cattive vibrazioni e la violenza e le risputa sotto forma di musica geometrica, schizofrenica e in qualche modo positiva. In questa capacità di unire positivo e negativo, rabbia e catarsi, calcolo e anarchia sta da sempre la loro genialità.

 

Il secondo giorno vede esibirsi – dopo i padroni di casa – i divertenti Stash Raiders che propongono un garage vagamente funk dove a farla da padrone è l’organo del cantante che sputa fuori riff sixities aggiornati all’epoca dell’hardcore. Meno esuberanti e più seriosi, salgono sul palco dopo di loro i Tapso II un trio composto da chitarra (e voce), batteria e violino. La loro formula è orientata verso una forma-canzone tenebrosa e noir adagiata su un tappeto di batterie secche e martellanti, di chitarre che esitano un attimo prima del fragore e di un violino che può permettersi i pieni che la chitarra si nega. Il gruppo ha un interplay di tutto rispetto, sa gestire atmosfere, vuoti e pieni e le loro canzoni diventano sovente fughe post rock dove il gioco consiste nel comprimere l’energia per poi farla esplodere.

Dopo di loro arriva il momento tanto atteso della reunion della leggendaria band di Louisville. I June of 44 salgono sul palco con le facce di chi è andato avanti con la propria vita. Le riconosci quelle facce dalle poche foto che hai sempre visto del gruppo. Il tempo è certamente passato, ma – sembra banale dirlo – ci pensa la musica a riportare tutto indietro. Li ritrovi esattamente dove li avevi lasciati con quel sound sghembo dove le chitarre energiche giocano a intrecciare trame per poi disfarle. La voce da bravo ragazzo americano è la stessa e non è invecchiata. Quello spaesamento che diventava una formula magica per portare l’hardcore da un’altra parte lo vedi ancora dipinto negli occhi di Jeff Mueller che sembra sinceramente sorpreso di ritrovarsi davvero lì dopo tanti anni con i vecchi compagni, circondato da un amore che probabilmente credeva fosse materia confinata nel passato. Sean Meadows alla chitarra entra ed esce con le sue pennellate, ha la barba bianca e lunga, un cappello floscio in testa e lo sguardo ironico dello Steve Zizou di Bill Murray. Tra una canzone e un’altra legge in un improbabile italiano uno stralunato monologo di ringraziamento, strappando applausi e affetto sincero. Fred Erskine ha un basso morbido e un tocco che molti si sognano, mentre Doug Scharin è il batterista roccioso e inventivo che ricordavamo su disco.

Infine per chiudere la due giorni, salgono sul palco gli olandesi The Ex, gli unici a avere un disco in promozione: l’ottimo “27 Passports”. I loro brani punk, saltellanti e dalle ritmiche wave funk, vengono passati nella centrifuga delle tre chitarre del gruppo, venendone fuori tutti spiegazzati. A stirare le pieghe ci pensa la voce di Arnold De Boer, chiara e piena, che intona le sue singalong punkettare e antagoniste. Alla batteria Katherina Bornefeld percuote i tamburi con forza e decisione, frammentando il ritmo in mille rivoli con accenti che hanno fatto tesoro di tutte le collaborazioni che il gruppo ha avuto nel corso degli anni. Un bagaglio di esperienze che si percepisce soprattutto nella sua batteria, laddove Andy Moor e soprattutto Terrie Hessels, storico membro fondatore del collettivo, continuano a essere  gli adorabili ragazzini anarco-punk che da quasi quarant’anni si divertono da matti a imprimere sui pezzi improvvise accelerazioni noise, sgangherate e sempre sul punto di deragliare.

 

Insomma, si è trattato di due serate formidabili.

Tutto odora di musica e più il volume è alto e più ti senti a casa.

Se chiudi gli occhi, in mezzo al frastuono che copre il rombo degli aerei, riesci a sentire la risacca del mare.

Percepisci i contorni dell’isola.

La limitatezza per una volta rassicurante come un grembo.

Passa l’ultimo aereo della notte. Diretto fuori, lontano dall’isola, ma mi scopro a mormorare “lascialo andare e, per una volta, fermati qua”.