Un tonfo clamoroso.
Anche se a distanza di vent’anni non se ne sente più il rumore, il secondo album dei Mansun fu proprio questo. Dopo aver esordito nel 1997 direttamente al primo posto in classifica, unitamente a un elogio quasi unanime della critica, il futuro del brit pop sembrava nelle loro mani.
Ma Paul Draper e compagni decisero di far seguito al fulminante esordio con il disco sbagliato al momento giusto. Sbagliato perché far seguire a un best seller un album come Six fu quantomeno un azzardo se non una scommessa persa in partenza.
Six è un’opera complessa, multiforme, frammentaria, pretenziosa, pomposa, di difficile assimilazione e soprattutto priva di un vero e proprio singolo, insomma un fallimento annunciato. Il momento poi era quello giusto, sì ma per farsi stroncare dalla critica…
L’anno prima era infatti stato pubblicato “OK Computer” che rappresentò un punto di svolta per la scena rock mainstream di allora e soprattutto una scomoda pietra di paragone per tutti coloro che dopo la sua uscita cercarono di uscire anche solo in minima parte dalla corrente dominante. La stampa pigramente e superficialmente iniziò a bollare come degli emuli dei radiohead un po’ tutti quelli che osarono costruire delle canzoni che esibissero una maggiore complessità rispetto al comune o una produzione anche solo vagamente sperimentale. Se aggiungiamo poi il fatto che quella inglese era specializzata, soprattutto in quegli anni, prima nella proclamazione dei nuovi messia e poco dopo nella pubblica crocifissione degli stessi, capiamo che i Mansun offrirono sè stessi come perfetti agnelli sacrificali. L’amara ironia è che una canzone di Six si intitola “Inverse Midas” e Draper si trovò veramente a trasformare l’oro in polvere.
Viene quindi spontaneo chiedersi cosa possa aver portato il gruppo a compiere un simile suicidio commerciale: smisurata ambizione, anticonformismo e voglia di stupire a tutti i costi o semplicemente autodistruzione, figlia di un implosione interna e di un’inadeguatezza al ruolo di rock star? E soprattutto provare a capire se il tempo abbia dato loro a ragione o meno.
Descrivere “Six” nel dettaglio è un’impresa improba ma si possono identificare degli elementi per dare un’idea del perché un disco così vituperato possa essere degno di essere ascoltato e riscoperto, magari anche solo per semplice curiosità. Il disco pur non essendo un concept album è costruito in maniera articolata da brani collegati tra loro. La conseguenza è che pur presentando sia canzoni brevi che lunghe il disco risulta come una composizione unica costituita da successione di diverse sezioni che si susseguono tra loro in maniera schizofrenica, improvvisa e spigolosa.
Il mixaggio e la produzione accentuano poi questo carattere psicotico dell’album con continue manipolazioni sonore e un’impronta massimalista che procede per accumulo di strati successivi, contribuendo alla formazione di quella strisciante atmosfera di insanità mentale che, scorrendo sotto la superficie, lo caratterizza e gli conferisce unitarietà. La cosa che colpisce in maniera particolare è la quantità di temi presenti (solo nei primi tre brani se ne contano undici) e la scelta della band di accumularli a forza in un unico disco piuttosto che approfondirne solo alcuni per giungere alla creazione di un insieme di canzoni più tradizionali. Con un po’ di immaginazione viene quasi da pensare che i Mansun abbiano registrato più album e abbiano dato il compito di ricomporre i pezzi in assoluta libertà a un malato psichiatrico, una sorta di esaurimento nervoso del Brit pop.
Un’ardita ma suggestiva chiave di lettura di questa scelta è quella che Draper si sia ispirato, seppur inconsapevolmente, nientepopodimenoche a… Bob Dylan!!!
Questo è ciò infatti ciò che disse il menestrello di Duluth a proposito dell’influenza della crisi cubana degli anni 60 sul testo di “A Hard Rain’s A-Gonna Fall” :
«Ogni strofa è in realtà l’inizio di una nuova canzone. Ma quando scrissi ciò, mi sembrava di non avere abbastanza tempo per scrivere tutte quelle canzoni così ho messo tutto quello che potevo in questa».
E’ possibile quindi che anche il leader dei Mansun abbia intuito di avere poco tempo a disposizione percependo il possibile disfacimento della band. Sentendosi quindi mancare il terreno sotto i piedi e preso dalla stessa ansia paranoide che si respira nell’album, abbia quindi stipato nell’album qualunque idea gli venisse in mente, per paura che potesse andare persa.
Tutto ciò comunque non fa altro che rafforzare il dubbio iniziale. Le intenzioni del gruppo diedero effettivamente origine a un puzzle senza senso soffocato dalla propria stessa grandeur o si tratta di un lavoro incompreso da critica e pubblico?
La risposta non è univoca ed è fortemente condizionata dalla sensibilità personale. Non è un disco per tutti e per molti può risultare respingente perché troppo cervellotico. Chi al contrario sia attratto dalle atmosfere complesse e complicate, inutilmente o no, potrà trovare terreno fertile per i propri ascolti. Una musica imprevedibile che non compiace a tutti i costi e non lascia tranquillo l’ascoltatore che non sa se possa godersi quel brano o se invece stia per succedere qualcosa. Potrà quindi trovare affascinante raccogliere la sfida lanciata dal gruppo e capire come mai un lavoro che rinunci esplicitamente, se non a sprazzi, a melodie accattivanti a favore di una esasperata frammentarietà e di una congenita imperfezione, paradossalmente riesca a giungere a una sua coerenza e a una coesione inaspettata.
Paul Draper recentemente ha detto che il disco non riuscì come voleva lui per colpa dei dissapori all’interno della band ma forse è meglio così perchè il suo fascino risiede anche proprio nell’incompiutezza.
Insomma Six è inutile negarlo, è sì un pasticcio, pieno di difetti, esagerazioni e incongruenze ma anche un disco estremamente stimolante e sorprendente capace di rivelare nuove sfumature e anfratti nascosti ad ogni nuovo ascolto.
L’album è quindi consigliato a coloro che siano disposti ad ascoltare con la mente aperta e sappiano apprezzare dischi in fondo più coraggiosi che canonicamente belli. Il consiglio è quello di provare a sentire il primo e omonimo brano “Six” che come un frattale racchiude nella sua microstruttura la macrostruttura dell’album. Se questo vi piacerà è molto probabile che abbiate voglia di proseguire e che apprezzerete anche il resto.
Per tutti gli altri invece l’avvertimento è invece uno solo…. quello di tenersene alla larga!



