La carriera di Damien Jurado assomiglia alla sua voce sommessa e sussurrata. Un autore che non ha mai alzato eccessivamente il volume e ha sempre percorso la sua strada con coerenza e umiltà, senza clamore, noncurante delle attenzioni della critica . Insomma un vero e proprio outsider, di quelli che occorre grattare la superficie per conoscere.

Il nuovo disco vede per la prima volta Jurado anche nel ruolo di produttore, dopo che gli ultimi lavori lo avevano visto impegnato in un prolifico sodalizio . con il produttore Richard Swift. Tale partnerhip, dopo una buona prova generale con “Saint Bartlett”,  aveva prodotto l’ottima   trilogia di Maraqopa (“Maraqopa”, “Brothers And Sisters Of the Eternal Son” e “Visions of Us on the land”) che vedeva il suono farsi sempre più denso, stratificato e psichedelico di capitolo in capitolo.

Si avverte in questo disco quindi l’esigenza di Jurado di tornare a coltivare l’arte della canzone e un suono più tipicamente cantautorale, facendo però tesoro della  la lezione imparata nell’esperienza precedente.

L’artista di Seattle mette a punto una ricetta semplice che non punta tanto sui semplici ingredienti ma sull’amalgama degli stessi.

La base è una generosa dose di melodie tanto essenziali quanto efficaci che entrano sottopelle ascolto dopo ascolto unite a basso e batteria quanto basta e mescolate con pochi accordi di piano e chitarra acustica per creare un impasto omogeneo.

Ottenuto l’impasto base, a insaporire davvero le pietanze provvedono  di volta in volta ingredienti ben definiti e utilizzati in maniera funzionale allo scopo che si vuole ottenere: che siano arrangiamenti di archi o fiati, linee di  organo, un coro o una chitarra elettrica, ognuno di questi elementi svolge il ruolo ben preciso di sottolineare la melodia e la forza delle canzoni, che rimangono le protagoniste assolute dell’album.

In particolare le armi segrete del disco risultano essere i ficcanti interventi di organo e la seconda voce di Anna Lynne Williams (alias Lotte Kestner e ex Trespassers Williams) che in maniera discreta e puntuale va a raddoppiare l’acuto falsetto di Jurado conferendogli maggiore incisività.

La parola d’ordine di “The Horizon just laughed” risulta essere equilibrio, ottenuto grazie a una dinamica dove ogni componente è dosato in modo da non oscurare l’altro ma anzi viene utilizzato in modo da evidenziarne la forza.

Jurado si prende cura con amore delle sue creature e conferma non solo la sua statura di  songwriter ma anche una sorprendente maturità come produttore.

Dopotutto  già il singolo che ha anticipato l’album “Over Rainbows and Rainier” dimostrava lo stato di grazia del cantautore. La canzone rappresenta  l’apice dell’album nonché una delle più belle canzoni delle carriera del nostro, un country folk i cui elementi sono: un testo enigmatico, una melodia “classica” nel senso migliore del termine e un accompagnamento sparso e essenziale di chitarra sui quali si erge un’interpretazione sentita che rievoca con forza il “Texas Troubadour” Townes Van Zandt. Le armonie della Williams sfiorano la perfezione, gli archi e i fiati sembrano essere sospesi nell’aria conferendo una forza evocativa al bridge. Consigliatissimo l’ascolto insieme alla visione del video, perfetto complemento.

Damien Jurado - Over Rainbows and Rainier (Official Video)

Il resto del disco conferma l’efficacia dello schema disegnato da Jurado  con canzoni come “1973”, ballata sorretta da una chitarra acustica che si arricchisce via via di  tutti gli ingredienti del disco e la delicata “Lou jean”, che completa la triade delle ballate più tipicamente cantautoriali in maniera impeccabile ricalcando l’impronta sonora di “Over Rainbows and rainier”.

Come non farsi incantare poi da “Dear Thomas Wolfe”, melodia superba  e ritornello da brividi costruito su piano, chitarra stoppata e una prestazione magistrale di Jurado che viene sottolineata dai coretti angelici della Williams e da un arrangiamento sontuoso ma impeccabile di archi e fiati.

Percy Faith” è una canzone contagiosa che fa battere il piedino con batteria, organo e piano che richiamano esplicitamente The Band e i soliti archi miracolosamente in bilico tra eccesso e misura mentre “The Great Washington State”, è una ballata che ricorda il migliore Ryan Adams dove ai consueti elementi si aggiunge una languida chitarra che ricama in sottofondo. Particolarmente evocativo il finale dove la canzone si scioglie in un grappolo di note di organo che sembrano omaggiare “Your time is gonna come” dei Led Zeppelin.

Sicuramente meno incisive sono le canzoni che si distaccano dal formato della ballata anche se la languida “Allocate” e la più vigorosa “Random Fearless”, solcata da un solo di chitarra rock-blues, sono degne di nota. In entrambe spicca un maestoso arrangiamento di archi che sembra sorprendemente citare Paul Buckmaster.

Insomma un disco semplice di un autore umile che si propone solamente di perpetuare l’antica arte della canzone. Un’unica avvertenza: concedete a “The Horizon Just Laughed” almeno un paio di ascolti perchè le canzoni che forse al primo ascolto vi sembreranno qualcosa di già sentito necessitano di più ascolti per disvelarsi. Può sembrare anacronistico nel mondo di spotify e youtube ma forse proprio in questo risiede il vero segreto di questi piccoli frammenti d’autore.