Okkervil River RIP. Era questo il titolo beffardo e autoironico del primo brano del precedente disco della band californiana intitolato “Away”.

Un brano che non voleva annunciare la morte della band, quanto auspicare una rinascita che puntualmente quel disco magnifico effettivamente certificava e che ci auguravamo potesse proseguire anche con questo nuovo disco.

Gli Okkervil River sono stati uno dei gruppi che ha più saputo, nei primi anni 2000, fondere le istanze del suono americano più classico e tradizionale con un’attitudine indie/alternativa.

La peculiare voce e i testi dal sapore letterario e dal forte contenuto esistenziale di Will Sheff completavano il ritratto di una band capace di disegnare un percorso di grande valore. Tra il 2003 e il 2007 le maestose ballate dell’agrodolce “Down the river of Golden Dreams”, la fragile e dolente oscurità di “Black Sheep Boy” e infine  l’anima più rock e luminosa di “The Stage Names”,  andarono a formare un trittico quasi imprescindibile.

Già però nel 2008 “The Stand-ins”, lavoro più estroverso e ancora notevole,  iniziava a far intravedere la tendenza a muoversi verso un suono fin troppo corposo  ancora però compensato dalla penna felice di Sheff.

Può essere solo una coincidenza ma l’inizio delle difficoltà pare coincidere con la definitiva uscita dalla band  del tastierista Jonathan Meiburg che decideva a quel punto di dedicarsi esclusivamente alla sua creatura ovvero gli ottimi Shearwater.

Con “I Am Very Far” l’equilibrio dinamico tra composizione e arrangiamenti che aveva caratterizzato i lavori precedenti sembrò rompersi fino ad inclinarsi verso un suono magniloquente che finiva per andare a discapito della scrittura.

Forse consapevole di questa parabola discendente, Sheff si giocò la carta della nostalgia.

“The Silver Gymnasium” venne sviluppato come  un concept ambientato negli anni della giovinezza e incentrato sul coming of age, con una produzione che inevitabilmente richiamava il suono rigonfio tipico degli anni 80.

Il risultato fu un altro disco minore ma comunque un passo avanti rispetto al precedente, non fosse altro che per la sua unitarietà.

Intendiamoci Sheff restava uno dei migliori songwriter della sua generazione, capace di piazzare implacabili brani killer anche negli album meno buoni, ma la magia sembrava essersi persa .

Inevitabilmente il clamore attorno alla band sembrò affievolirsi e questo permise forse al leader di riordinare le idee e di ripensare il progetto Okkervil River senza grandi pressioni. L’uscita quasi in sordina di “Away fu quindi una lietissima sorpresa.

L’album colpiva per il senso della misura, per la ritrovata qualità della scrittura e la maturità di un Will Shelf che aveva capito finalmente che ogni brano non doveva  essere per forza un massacro emotivo. L’ironico titolo cui accennavamo all’inizio di questa recensione certificava davvero una rinascita, ma restava ancora da verificare se il disco costituiva una vera rinascita o un semplice colpo di coda.

Visto quindi che questa dovrebbe essere una recensione di “In The Rainbow Rain”, se a qualcuno fosse venuto il dubbio che abbia fatto di tutto per non parlare del nuovo album, la risposta purtroppo è sì …

Se il singolo “Don’t Move Back to L.A.”, un languido e contagioso country soul ornato da cori femminili, aveva attizzato il fuoco delle aspettative, il secondo singolo “Pulled Up the Ribbon”, caratterizzato tanto da una classica melodia okkerviliana quanto da un suono eccessivamente pompato, aveva generato non poche perplessità.

Okkervil River - Don't Move Back To LA

Purtroppo all’ascolto finiscono per prevalere queste ultime.

Il primo aspetto che balza “alle orecchie” è l’ennesima scelta infelice a livello di produzione. Tutto è ipercompresso, il sound è massimalista e ogni spazio è riempito, i brani non respirano. Le scelte di arrangiamento richiamano ancora una volta gli anni 80 ma senza il concept a sostenere e giustificare la scelta, il risultato finale è quello di un suono artefatto.

All’ascolto poi emerge una ricerca della piacevolezza a tutti i costi che si traduce in una generale inconsistenza.

Il problema però a mio avviso non è imputabile alla mancanza di ispirazione.

La sensazione è che Sheff, dopo il faticoso percorso che aveva portato al disco precedente, abbia cercato di alleggerire la sua musica. Sembra quasi che l’autore abbia avuto paura dell’intrinseca profondità della propria scrittura e abbia cercato di nasconderla sotto una coltre di suoni e una leggerezza di facciata.

Il risultato finale è che alle canzoni viene negata la propria stessa natura, privandole di una delle caratteristiche principali della musica degli Okkervil River ovvero l’empatia.

“Famous Tracheotomies” , che introduce il disco, ne è un perfetto esempio. All’ingresso insieme al piano elettrico della voce di Sheff che ci parla di un momento drammatico della sua adolescenza, l’impressione è quella di familiarità e di un autore che non abbia perso il suo tocco. Peccato però che al resto della canzone venga riservato un trattamento patinato con tanto di chitarrina ritmica soul-funky che ne depotenzia la forza emotiva.

“The Dream And The Llight” poi con la sua melodia memorabile e un testo intenso aveva tutte le carte in regola per diventare un inno okkerviliano. Purtroppo però al pathos viene preferita l’enfasi e il brano viene sabotato da un arrangiamento tronfio, fatto di cori femminili, tastiere squillanti e un’epicità falso-“springsteeniana” con tanto di assolo di sax.

Se questo processo riesce a indebolire canzoni come quelle citate, che pure hanno una loro forza, si può immaginare poi quale possa essere il risultato nei casi dove la scrittura non si mostra all’altezza.

Gli unici brani che riescono ad esprimere pienamente il proprio potenziale sono la già citata “Don’t Move Back to L.A.” e la divagazione country di “External Actor”.

Dopo le aspettative create da “Away”, ci troviamo quindi davanti a una delusione soprattutto perché sembra che Sheff abbia fatto di tutto per non valorizzare le propria musica.

Ed è proprio il suo talento, che ancora traspare dal disco, che questa “anti” recensione serve a ricordare, seppur inconsciamente, a me stesso e a chiunque li apprezzi.

Per chi invece non li conosca l’invito è a non farsi influenzare da “In The Rainbow Rain” e di percorrere piuttosto il percorso descritto che, ne siamo certi, si rivelerà ricco di soddisfazioni. (Voto: 5,5 come si diceva a scuola il ragazzo può dare molto di più)