Il ritorno di Josh T. Pearson è uno di quegli eventi che fanno notizia. Parliamo, d’altronde, di un talento puro, difficile da non riconoscere, ma anche di un cavallo pazzo, capace di spiazzare ogni volta, presentando una versione sempre differente di sé e soprattutto della propria musica.

Josh fa parte della nobile tradizione dei texani fuori di testa inaugurata nel 1966 da Rocky Erickson e che trova legittimi eredi in gente come Micah P. Hinson.

Per farvi capire di chi parliamo, vi basti sapere che il ragazzo pubblicava nel 2001, alla testa dei Lift To Experience, trio di chitarra, basso e batteria, “Jerusalem Crossroad”, disco grandioso in cui Josh sproloquiava in flusso libero, come un predicatore da gotico americano sudista, fulminato sulla via di quello stesso shoegaze britannico che avrebbe poi condotto a un certo post-rock. Difficile dare un seguito a un disco così intenso, così come non è facile scrivere qualcosa dopo “Il Giovane Holden” o comporre un solo brano dopo “In a aeroplane over the sea” e così Josh, come – rispettivamente – J.D. Salinger e Jeff Mangum, decide di  sparire per anni, lasciando orfano di padre quel disco meraviglioso che nel frattempo diventava di culto (ecco, se c’è un disco di culto per gli anni ‘00, è questo!). Josh riappare a sorpresa nel 2011, ben dieci anni dopo l’esordio e si presenta con una barbona da predicatore pazzo e un disco solista “Last of the gentlemen” che faceva piazza pulita di tutto, lasciando solo una chitarra acustica e le sue dolenti confessioni. Il disco centrava il bersaglio ancora una volta, ricevendo consensi unanimi, nonostante non fosse di ascolto facile e anzi reclamasse per essere apprezzato non solo attenzione, ma anche una certa predisposizione d’animo.

Passano altri sette anni ed ecco oggi riapparire un nuovo Josh T. Pearson: ben rasato, sfoggia dei ridicoli baffetti rasi, mentre indossa cappello e abito bianco in luogo dei completi scuri cui veniva sempre associato. Si dice cambiato (ha cominciato a ballare, a prendere le medicine e a indossare abiti colorati) e per cambiare anche l’approccio musicale ha stilato una serie di regole cui attenersi nella scrittura delle nuove canzoni:

  1. Tutte le canzoni devono avere una strofa, un bridge e un ritornello;
  2. Il testo deve essere lungo massimo 16 righe;
  3. Tutte le canzoni devono contenere la parola “straight” nel titolo;
  4. Il titolo deve essere formato da meno di quattro parole;
  5. E’ necessario sottomettersi alla canzone;

Se tutto questo vi sembra una presa in giro, ebbene sono d’accordo con voi. Parliamo, d’altronde, di un uomo che ha un suo particolare senso dell’ironia (andate a vedere ad esempio le donnine discinte che “tentavano” l’ultimo dei gentlemen), ma grazie a Dio – come dicevo – anche un innegabile talento e, dunque, facciamo così: ascoltate subito i due capolavori del disco e andate prima su “Love Straight to hell” che riporta alle chitarre apocalittiche e al flusso sonoro inarrestabile dei Lift to Experience, per poi passare a “A Love song (Set me straight)” che è come ascoltare Chris Isaak cantare l’ultima, spettacolare, canzone d’amore appena prima che arrivi la fine del mondo, mentre viene scorticato lentamente lembo di pelle dopo lembo di pelle. Se l’ascolto di queste due canzoni non vi lascerà indifferenti, sarete pronti per aderire al culto di Josh T. Pearson e godervi il resto del programma che, a parte un paio di pezzi cazzoni-ma-divertenti posti in apertura (vedi il country punk raffazzonato di “Straight To The Top!”, il pop punkettaro di “Straight At Me” e il coro da pub di “Give It To Me Straight”), è costituito soprattutto da ballate country, condotte in punta di plettro, dove Josh torna a snocciolare storie americane, aiutandosi con la sua vocalità duttile e spesso sdoppiata su diversi canali. Valgano come esempio “The Dire Straits Of Love”, che parte mariachi per poi diventare ballata confidenziale con tanto di recitato e coretto doo-wop o il finale di “Straight Down Again”, cantato con voce baritonale al limite dell’intonazione, che consegna una chiusura tutta giocata in sottrazione con note di piano che via via si fanno sempre più rade fino al calare del sipario (Voto: 7).