Dunque prima c’erano i Disappears, band americana di Chicago dal nobile pedigree (etichetta: Kranky; produzione: John Congleton; sala di incisione: Electrical Studio di Steve Albini; Guest star in formazione per un certo periodo di tempo: Steve Shelley). La band – partendo da un suono fragoroso, ossessivo e debitore dei Fall più psichedelici – sottopone il proprio sound a un percorso tutto giocato sulla sottrazione fino a giungere all’esito ultimo dell’album “Irritual” summa di post-punk algebrico e metafisico. La band era composta da Brian Case alla voce e alla chitarra, Damon Carruesco al basso, Jonathan Van Herik alla chitarra e Noah Leger alla batteria (che era entrato in formazione nel 2012 in luogo del dimissionario Steve Shelley). “Irritual” sembrava davvero proiettare i Disappears verso un altro livello: non più una, più o meno originale, band di post-punk, bensì gruppo capace di far tendere verso l’infinito le forme geometriche disegnate dai ritmi della batteria e dai disegni armonici che infestavano le tracce come presenze oscure. Difficile andare oltre: l’ulteriore punto di fuga non poteva che trovarsi al di fuori della tela, oltre la portata dell’occhio. E infatti il gruppo implodeva: Damon Carruesco lasciava per dedicarsi al suo lavoro di artista/designer e al progetto elettronico solista Tuth. Gli altri decidono di continuare, cambiando il nome in Facs ma, subito dopo le registrazioni, anche Jonathan Van Herik decide di lasciare, sostituito da Alianna Kalaba.

Dunque, questa è la storia, ma veniamo al disco che rappresenta l’esordio di questa nuova incarnazione della band che nel frattempo ha anche cambiato etichetta, accasandosi con la Trouble in Mind.

Il suono si pone in continuità con la ricerca di “Irreal” : batteria che pulsa e tambureggia motorica, ma che sa affondare il colpo con una espressività che fa di Noah Leger uno dei migliori batteristi in circolazione; il basso in mano a Brian Case oscura tutto con reiterazioni lente e bordoni slabbrati; mentre le chitarre si dividono tra arpeggi wave, minimali puntelli di armonici e twang tremolanti. Lo spazio bianco è riempito da presenze ed ectoplasmi di suono che rendono ancora più oppressivo il clima. Si tratta di un viaggio monolitico verso una zona d’ombra che non concede rassicurazioni, né ritornelli da cantare: solo un paesaggio spettrale che sembra sul punto di esplodere, ma che implode ogni volta. I brani restano imprigionati dalla ragnatela costruita dai tamburi. L’energia sembra rimanere compressa, ma ciò senza compromettere la dinamica.

Prendiamo ad esempio una delle vette dell’album, ovvero la lunga Houses Breathing che parte con un suono di chitarra che cresce come un onda, per poi lasciare solo il basso di Brian Case che, su questo scheletro di brano rock, appoggia una melodia malevola figlia degli Stooges di “We will fall”. Quando irrompe il sassofono dell’ospite Nick Mazzarella, che suona una specie di lamento starnazzante, è come sentire del free-jazz talmente rallentato, da apparire melodico. Un brano spettrale, lungo e avvolgente in una maniera che non conforta e che, come tutti gli altri pezzi, si pregia di un equilibrio reso scientificamente precario e che rimane tale fino all’ultima traccia, quando l’urlo finale di “All Futures” chiude le danze.