Il 23 Maggio del 1998, durante la cerimonia degli oscar, la cantante canadese Celine Dion vinse la statuetta per la migliore canzone con “My heart will go on” agghiacciante tormentone presente nella colonna sonora del film “Titanic” che nemmeno gli anni trascorsi e la patina nostalgica riescono a redimere. Celine si presentò con un abito nero, lungo e attillato, che ne fasciava il corpo esile e filiforme. Era la vincitrice annunciata così come annunciati erano molti dei premi che il film di James Cameron avrebbe poi portato a casa.

Tuttavia, quella sera davanti la platea del teatro, tra i candidati al premio, c’era anche un altro tizio. Un tipo strano sui 28 anni, vestito con un abito bianco un po’ stazzonato e la camicia scura. I capelli neri sembravano sporchi e appiccicati sulla fronte e facevano intravedere un orecchino vagamente gitano. Quell’uomo era Elliott Smith. Sarebbe morto suicida il 21 Ottobre del 2003 all’età di 34 anni.

Elliott Smith "Miss Misery" Directors Cut.

Quella sera però si fece avanti nel silenzio di un pubblico che probabilmente non aveva mai sentito nulla del cantante di Omaha, Nebraska, e intonò con un fragilissimo filo di voce la sua “Miss Misery” che per la cronaca era candidata perché chiudeva il bel film di Gus Van Sant “Good Will Hunting”. L’esibizione fu condotta solo con voce e chitarra, se riusciamo a dimenticare il terribile accompagnamento dell’orchestra dell’Academy che aggiunse smielate orchestrazioni e persino dei flauti di pan o qualcosa del genere.

Il pubblico rimase abbastanza freddo e si limitò all’applauso di rito: la vincitrice annunciata era – come dicevamo – Celine che trionfò, raccontando in un tripudio di archi, flauti e violini la ferma intenzione del proprio cuore ad andare avanti.

Elliott non poteva vincere di certo, perché la bellezza della sua musica non aveva nulla a che fare con quel palco e con quella manifestazione. Nessun ritornello urlato senza pudore, nessun acuto, nessun ostentato coinvolgimento emotivo. Piuttosto una canzone dolente, sussurrata da una voce che sembrava sempre sul punto di perdere consistenza, annegata come succedeva spesso nel missaggio, quasi a voler esprimere una fragilità che le impediva di emergere dal contesto.

Eppure questa canzone è una di quelle che segnano la vita dei suoi ascoltatori.

Provateci anche voi… dovete solo fare lo sforzo di scorgerne la bellezza nascosta e non pretendere che questa vi venga esibita e sbattuta in faccia. Provate dunque a innamorarvi dell’incipit fulminante in cui Elliott chiama in suo soccorso una bottiglia di Johnny Walker Red per spingere via i cattivi pensieri dalla sua testa o del ritornello che chiude le strofe con il gioco di parole “do you miss me, miss misery, like you say you do” o ancora della maniera in cui il bridge del brano ripiega su se stesso per poi distendersi nuovamente nella seconda strofa.

La canzone parla di un amore finito o forse no, forse c’è ancora una possibilità che potrebbe salvare il protagonista della storia… Non saprei, ma non importa, perché a me “Miss Misery” ha sempre raccontato un’altra storia.

Una storia che ha a che fare con il fatto che, a differenza della platea dell’Academy e della giuria che premiò “My heart will go on”, io avrei scelto Elliott. E questo perché la bellezza nascosta, quella invisibile ai più e ai disattenti, ti appartiene maggiormente semplicemente perché ti definisce.

Non è un discorso elitario. Tutti possono fare questo esercizio. Non bisogna mai smettere di cercare la bellezza, perché, banalmente, la bellezza può salvare il mondo.

Grazie di tutto, Elliott.

Solo in questo hai sbagliato: smettere di cercare.