Ci sono immagini che colpiscono inevitabilmente l’immaginario individuale e collettivo. Quella del bimbo siriano riverso su una spiaggia delle coste turche è certamente una di esse. La vista dello sfortunato bambino non poteva che generare ai nostri occhi occidentali sgomento, indignazione e un latente senso di colpa. Certo, è questione di un attimo, poi anche quella indignazione viene sepolta dal flusso costante di informazioni che ci sommerge ogni giorno e si finisce così per dimenticare.

Ma non tutti però dimenticano… forse i più sensibili tra noi vengono davvero feriti nell’animo da certe immagini e per rimarginare la ferita non possono fare altro che tentare di curarla con la medicina dell’arte. Ad esempio, la cantautrice californiana Alela Diane prende spunto proprio da quella drammatica immagine del bambino morto per scrivere  “Emigré”, canzone che fa parte del nuovo album Cusp e che ne rappresenta il picco artistico ed emotivo.

Alela Diane - Émigré (Official Video)

Quella di rendere in musica sentimenti di tale potenza, in maniera struggente e sincera, è una sfida decisamente ardua.  Davanti a operazioni di questo tipo sorge spesso il dubbio di essere di fronte ad operazioni di facciata, a ostentazioni del dolore che puntano più a commuovere che a coinvolgere l’ascoltatore.

In questo caso però i dubbi vengono spazzati via all’ascolto. Il brano racconta in maniera toccante la tragedia dei migranti, delle madri e dei figli, dei loro sogni e delle loro vite strappate dal mare.

Il testo delicato rispecchia la sensibilità dell’artista che, diventata da poco madre, riesce a rendere in maniera autentica la propria partecipazione emotiva al dramma delle maternità spezzate, che trova il culmine nella  metafora del ritornello che accosta lo spirito e il sogno dei migranti agli uccelli migratori liberi di muoversi attraverso i confini.

Dal punto di vista musicale il brano possiede un forte senso della misura e un’espressività che non cede mai alla tentazione di facile scorciatoie. Nel crescendo finale, quando la Diane ripete più volte il ritornello come una litania, un superbo e mai melenso arrangiamento corale e di archi contribuisce a creare una palpabile tensione emotiva.

La Diane dimostra quindi con “Emigrè”, a chi ancora non ne fosse convinto, di  essere ben più di una delle tante ragazze con la chitarra emerse negli anni 2000, ma un artista dalla forte personalità e caratura artistica.

Fin dall’inizio della sua carriera  l’artista californiana ha sempre corso il rischio, di restare confinata confinata  nello stereotipo della cantautrice folk.

Non era facile infatti emergere in un contesto di uniformità diffusa dove spesso finisce per spiccare chi al talento sia in grado di abbinare una proposta originale o una vocalità particolare. In questo senso il primo nome che salta in mente è quello di Joanna Newsom, che forse più di tutti ha lasciato un solco nel cantautorato femminile di questo inizio millennio.

La Diane però è riuscita comunque mettersi in evidenza e a ritagliarsi un suo ruolo seguendo un cammino più classico anche senza “effetti speciali”.

The Pirate’s Gospel, vero e proprio esordio della californiana Alela Diane, inciso nel 2004 ma stampato su larga scala solo nel 2006, fu in questo senso una rivelazione.

Una cantautrice legata al suono tradizionale armata solo di chitarra, banjo e della propria voce, spesso sovrapposta, che dimostrava una capacità di scrittura e una forza interpretativa fuori dal comune, pur in un ambito inflazionato come quello del folk al femminile.

Dal punto di vista della notorietà aiutò di certo la superficiale associazione con uno dei fenomeni del momento, il cosiddetto freak folk, portato alla ribalta da Devendra Banhart e proprio dall’amica Newsom con cui la prima Diane condivideva alcuni vezzi vocali.

Da quel disco, che ad anni di distanza non ha perso la sua forza, la Diane ha percorso parecchia strada, tra dischi più (To Be Still e About Farewell) e meno riusciti (AD & The Wild Divine), matrimoni naufragati e nuovi amori fino arrivare alla maternità.

Proprio la nuova condizione di madre emerge come tappa fondamentale nella crescita non solo dal punto di vista personale ma anche artistico nel nuovo album. La Diane non ne fa mistero adornando il libretto di foto di bambine e di sé incinta e dedicando l’intero lavoro proprio alle figlie.

La ragazza ritratta nella copertina del primo disco che conquistava con un suono rustico ed essenziale lascia spazio quindi alla donna dallo sguardo fiero di Cusp che affascina con la propria maturità che ha portato  un suono più compiuto e ricco.

In questo senso appare essenziale l’esperienza di Cold Moon, disco del 2015 inciso con Ryan Francesconi  a cui forse si poteva rimproverare una scrittura non del tutto convincente, ma che si riscattava per la notevole eleganza nei propri  arrangiamenti. La stessa eleganza che possiamo ritrovare anche in questo nuovo disco dove ad esempio gli archi curati dallo stesso Francesconi integrano un sound equilibrato che non sovrasta mai  il resto della strumentazione.

Un elemento di discontinuità rispetto ai dischi precedenti è rappresentato dal pianoforte che, utilizzato per la prima volta dalla Diane nella composizione di diversi brani, contribuisce a dare un taglio più autoriale e meno tipicamente folk ai brani.

Dal punto di vista della canzoni troviamo un’autrice decisamente più consapevole dei propri mezzi. Il risultato è una serie di canzoni che, se al primo ascolto possono sembrare innocue o poco incisive, in realtà con il passare degli ascolti acquistano spessore e dimostrano una personalità non comune, pur nell’ambito di una scrittura convenzionale.

Anche dal punto di vista vocale la Diane lascia da parte gli aspetti più naif degli esordi dimostrando una maggiore padronanza nella gestione delle proprie capacità interpretative.

Così non esce con le ossa rotte quando si muove sul terreno spinoso di Albatross sulle orme di Joni Mitchell e non sfigura affatto quando sembra confrontarsi direttamente con Laura Marling nella deliziosa Threshold, decorata da un delicato arrangiamento di flauto.

Ancora più sorprendentemente la Diane non teme di cimentarsi sul terreno melodico di Ether & Wood e di iniettare in maniera convincente un fluido di suono soft californiano anni 70 in brani come Moves Us Blind e nel ritornello di Never Easy.

Ci troviamo quindi di fronte un disco che, davanti all’impressione di ordinarietà, ci invita a non fermarsi alle facile apparenze ma ad andare in profondità in modo da poterne svelare le ricchezze. (Voto: 7,5)