Dopo cinque anni dall’ultimo disco di inediti tornano gli Yo La Tengo, gruppo che seppur sotto traccia ha lasciato un segno indelebile nel rock degli ultimi trent’anni alla stregua di un migliore attore non protagonista. E tornano con un disco il cui titolo, una volta ascoltato, può sembrare beffardo perché se proprio di rivolta si vuole parlare, allora si tratta di una rivolta pacifica, morbida e avvolgente.

La genesi del disco è stata inconsapevolmente influenzata dagli sviluppatori di ProTools che, rinnovando l’interfaccia del noto programma di editing audio, hanno costretto Jason McNew, non solo bassista ma anche responsabile delle registrazioni del gruppo, a ripartire da zero. Per prendere confidenza con il nuovo strumento, Mc New comincia a  pasticciare e a manipolare vecchie registrazioni della band, integrandole con le nuove jam che prendevano forma nella sala prova del gruppo. Così, mentre la scrittura emergeva come d’abitudine dall’interazione fra i tre musicisti di Hoboken, i brani si arricchivano delle manipolazioni del bassista. Il risultato ha finito per modificare la tradizionale struttura enciclopedica dei dischi marchiati Yo La Tengo, capaci di coprire gran parte dello scibile musicale: dalla ballata avvolgente e psichedelica ai brani noise illuminati dalle chitarre distorte di Ira Kaplan, dai bozzetti notturni colti nell’esatto istante in cui la notte diviene mattino alle reminiscenze sixties dei brani più pop.

Sparigliare le carte finisce così per essere la scelta giusta, da un lato perché la formula che aveva raggiunto il suo apice con “I can hear the  heart beating as one” e “And then nothing turns itself inside-out”, con l’ultimo “Fade” aveva cominciato a mostrare la corda, dall’altro perché ci consegna un’opera che esplora il lato più ambientale, languido e  narcotico della band, ottenendo un effetto ipnotico e ottundente. I suoni manipolati e assemblati da McNew, sapientemente mixati da John McEntire, vanno a creare un lungo flusso sonoro che per essere compreso e apprezzato ha bisogno di essere ascoltato nella sua interezza.

La parola chiave del disco è equilibrio: ogni elemento viene sovrapposto e stratificato senza che uno prevalga sull’altro, dando origine a una materia sonora organica e omogenea. Anche la chitarra di Kaplan, uno dei marchi di fabbrica della casa, non si pone mai in evidenza, ma svolge un sottile lavoro di interazione e integrazione con il resto dei suoni.

I brani, molti dei quali strumentali, presentano spesso delle piccole code che servono a collegarli fra di loro, amplificando il senso di unitarietà dell’intera opera.

Ciò non vuol dire che nel disco manchino le canzoni. Anzi: la formidabile melodia di “For you too”, la straniante “She may, she might” o il doo-woop sotto valium di “Forever”, ad esempio, brillerebbero comunque di luce propria, ma vengono maggiormente valorizzate nel contesto del lavoro preso nel suo complesso.

Yo La Tengo - "For You Too" (Official Audio)

Certo, l’album non è perfetto: qualche passaggio a vuoto non manca, così come non si spiega la necessità di inserire il breve intermezzo di bossa nova di “Esportes casual”  che, oltre a soddisfare la passione del gruppo per la lounge, va a interrompere la linearità del flusso sonoro. Tuttavia, vanno riconosciuti al trio la capacità  di ricercare nuovi stimoli e di mettersi ancora una volta in discussione, al punto che non resta che sperare che il discorso avviato con “There’s a riot going on” venga sviluppato fino in fondo, magari in un disco del tutto sperimentale ed etereo che provi a fare a meno di ritornelli e strofe e si concentri completamente sul suono (Voto: 8).