Oh no! Il disco synth pop dei Decemberists!!

…..è stato questo il primo pensiero alla lettura delle news che annunciavano la svolta elettronica della band di Portland. Anche se, a dire il vero, la notizia non avrebbe dovuto sorprendere chi da anni segue la band irrequieta di Colin Meloy. Il singolo “Severed” poi sembrava confermare in pieno la notizia.

Quando poi partono i primi accordi di chitarra e la voce di Meloy entra con una melodia che porta il marchio inconfondibile del gruppo niente sembra esser cambiato… fino a quando non entrano loro: i famigerati tastieroni anni ‘80! Il brano costituisce il paradigma dell’intero disco: il classico suono dei Decemberists con qualche tappeto di sintetizzatori e una batteria più compressa e trattata elettronicamente. Dunque più che di effettiva svolta elettronica, ci troviamo di fronte a un cambio più formale che sostanziale. L’impressione è che il tentativo di aggiornare il sound non sia molto riuscito: l’integrazione con gli elementi elettronici appare a volte forzata, figlia più della filosofia del cambiamento a ogni costo della band che di una reale necessità artistica.

Il rischio è quindi quello della strada percorsa metà e di un disco che in fondo non sia né carne né pesce, al punto che  tutte le volte in cui viene introdotto un elemento sintetico ci si ritrova a pensare che forse una batteria vera avrebbe funzionato meglio oppure che degli archi veri sarebbero stati più adatti.

Però c’è da dire che tali innovazioni sono utilizzate davvero con parsimonia e non vanno ad intaccare la forza della scrittura di Meloy che pur non essendo stellare come in altre occasioni rimane comunque sopra la media internazionale come dimostrano brani come l’epica “Starwatcher” , l’irresistibile pop di “Everything is awful” e la ballatona “Sucker’s Prayer”.

Insomma, magari non sarà il migliore della loro produzione, ma è molto probabile che chi ama la band non resterà deluso dal suo ascolto.

The Decemberists - Severed

Il paradosso è che, una volta fatta l’abitudine al nuovo sound, una delle canzoni più efficaci è proprio quella “Severed”  in cui è maggiore la compenetrazione con gli elementi sintetici, al punto da generare il rimpianto che la band non abbia maggior coraggio nel portare a compimento il percorso di rinnovamento verso un cambiamento più radicale.

Certo avrebbe significato assumersi il rischio del fallimento ma anche di permettere a noi ascoltatori di immergersi in un ascolto più stimolante e avventuroso rispetto alla semplice, rassicurante bravura che in fondo questo disco ci offre (Voto: 6,5).