laish vague Pendulum Swing

Laish – Vague

Laish - Vague [OFFICIAL AUDIO]

C’è un uomo solo in una stanza.
La stanza è una cucina.

La cucina è un casino. Ha sparecchiato in fretta e senza grande cura.

Probabilmente sono mesi che sparecchia in fretta e senza grande cura.

Intorno a lui le compagnie di una vita: libri, musica, poesia.

Ma stasera però non servono a lenire l’inquietudine che attanaglia l’uomo.

E’ vicino alla mezza età. E’ tempo di bilanci e la solitudine pesa sempre più, mentre si ritrova solo nel proprio appartamento.

Eppure…

Eppure solo in casa si sente al sicuro.

Questa è la storia che racconta il brano dei Laish, intitolato Vague. che apre il terzo disco  “Pendulum Swing”. Cercatelo: è uno dei tanti tesori nascosti che nascono nel sottobosco inglese.

Il brano parla del tempo che fugge e lascia segni sulla pelle di chi, per difendersi, non ha più l’arma della giovinezza o il ventaglio immacolato delle possibilità.

Tutto il peso della cultura che ci ha abbeverato per anni adesso appare inutile e per la prima volta ci si ritrova a pensare che, se ci fossimo dedicati ad altro, forse oggi non saremmo così inutilmente “vague and full of pathos”, sovrastati da grigie statue di pietra e dalle parole di uomini morti.

Da Morrissey in poi (musicalmente siamo da quelle parti, così come da quelle di Neil Hannon o Stuart Murdock), diverse generazioni di artisti si sono rifugiati nella propria cameretta con indosso quel maglione sformato che ancora non si era trasformato nella divisa ufficiale di certi hipster.

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Quella cameretta ha dato rifugio ai dolori dell’adolescenza e ai dubbi della giovinezza, ma l’età matura, quella, non lascia scampo: adesso crogiolarsi nella tristezza comincia a perdere la propria dose di piacevolezza e lasciare solo la parte del dolore. Dalla camera ci siamo spostati in cucina, dove abbiamo consumato una cena solitaria. Quell’adolescente che si auto-confinava nel proprio spazio – ben delimitato dal mondo dei grandi – si è poi guadagnato l’intera casa, ma l’ha pagata al costo dell’età adulta.

Quella cameretta da riparo dal mondo è diventato il mondo.

L’unica cosa che abbiamo.

La prigione, ma anche il rifugio.

La melodia è bellissima e sfuggente. Procede per piccoli scarti melodici: grappoli di note che si inerpicano su una struttura aperta; un flusso dove non c’è un vero ritornello cantabile, ma piuttosto delle frasi che ritornano a ribadire il concetto.

La voce è gentile, raffinata e semplice al tempo stesso. Evita svolazzi e sovrastrutture, in modo che tutto resti in superficie, leggero e lieve.

Un arpeggio di chitarra segue il brano, puntellandolo dapprima con note di acustica, in seguito saturandosi appena nei toni di una elettrica che, a metà del brano, si prende per un attimo la scena. Ma lo fa con dolcezza e un lirismo dimesso che non dà spettacolo di sé: serve solo per gonfiare il brano e giungere nuovamente alle ultime frasi della canzone.

All’accettazione, in qualche modo serena, del sentirsi al sicuro a casa propria.



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