COSMO – COSMOTRONICS
Il primo disco di peso della stagione lo fa uscire Cosmo che con il suo “Cosmotronic” piazza subito l’asticella molto in alto con un lavoro che perfeziona, ma anche rilancia le buone intuizioni presenti nel lavoro precedente “L’ultima festa”. Facciamo un po’ di storia: Marco Jacopo Bianchi, non ancora divenuto Cosmo, era partito alla testa degli ottimi Drink To Me, band di Ivrea, ma torinese di adozione e che della città granata condivideva l’approccio e il battito di una scena che, a partire dai Subsonica, passando per i Disco Drive e finendo con i Niagara, si divertiva a proporre un’idea di rock contaminato a metà strada tra post-punk, suoni analogici e beat sintetici. Dei Drink To Me si accorgono in pochi e Marco Jacopo Bianchi, divenuto Cosmo, ci prova con il passaggio all’italiano che spesso porta bene al solista e che di solito decreta la morte del gruppo di origine. Ma dicevamo delle buone intuizioni di Cosmo: all’inizio il ragazzo con “Disordine”, suo album d’esordio, propone un weird-pop che si gioca la carta dell’elettronica psichedelica e stratificata di band come Animal Collective e in cambio ottiene il plauso della critica, ma non quello del pubblico.  Poi qualcosa cambia e arriva l’intuizione vera: Cosmo si innamora della cassa dritta e capisce cosa manca davvero nella scena indie italiana, ovvero canzoni battistiane con la cassa dritta della house e i suoni mutuati dalla techno più estatica.  Roba con cui gente come Caribou ha riempito i festival indie più cool della scena. E così le ritmiche da spezzate si fanno squadrate, i bordoni di synth spariscono, il sound si asciuga e anche i testi si fanno più leggeri e intelligibili. Il secondo disco, “L’ultima festa”, ha un suono più minimale e sembra urlare “dancefloor!” a pieni polmoni. Il colpo va a segno e, oltre alla critica, anche il pubblico comincia ad apprezzare e al giovane ligure cominciano ad arrivare anche i primi soldi. Adesso, il difficile terzo disco si concretizza in un doppio album, intitolato “Cosmotronic”, che non cerca di capitalizzare economicamente i riflettori accesi dal disco precedente, ma – come dicevamo prima – si pone da un lato in continuità con il lavoro precedente, dall’altro ne costituisce il superamento in termini di suono e scrittura. Il disco non rinuncia affatto alla forma canzone, ma nei suoi episodi più avventurosi e interamente strumentali spinge decisamente il pedale della ricerca elettronica e vede il Producer prevalere sul Cantautore. Non si voltano le spalle alle classifiche: anzi ci si propone di invaderle con almeno quattro potenziali singoli da heavy rotation (io punto su “La mia città”, “Animali”, “Quando ho incontrato te” e su una “Turbo” che, oltre a far ballare, riesce anche a cogliere un certo “spirito dei tempi” ). Dunque, una perfetta sintesi di pop elettronico che non si sentiva dai tempi di “Microchip emozionale”, capace di reggere anche alla prova del live che le cronache dal fronte raccontano come una collisione tra clubbing e musica suonata e che viene anche su disco splendidamente celebrata nel testo e nei suoni de “L’amore” (Voto: 8).

BAUSTELLE – L’AMORE E LA VIOLENZA VOL. 2
Per sintetizzare: fino a “La Malavita”, i Baustelle emergono, con “Amen” si consacrano e poi, a partire da “I Mistici dell’occidente”, amministrano. “Fantasma” aveva poi diviso i fan: chi lo aveva trovato eccessivamente pesante e pretenzioso e chi ne aveva apprezzato coraggio e intensità. Quasi tutti però erano concordi nel chiedere un ritorno a quella leggerezza pop che aveva fatto innamorare della band. “L’amore e la violenza”, il disco pubblicato l’anno appena trascorso, era andato proprio in questa direzione con una scrittura ispirata e una sequela di canzoni da memorizzare al primo ascolto. Adesso, arriva questo secondo volume, venuto fuori – a detta dei suoi autori – dal tour e da un felice momento di ispirazione. E, in effetti, il primo singolo “Veronica” ha il tiro pop giusto, suona quintessenzialmente baustelliano ed è uno dei migliori brani mai scritti da Francesco Bianconi. Sì, perché, tornando alla sintesi con cui abbiamo iniziato la recensione, i Baustelle sono ormai giunti a quella fase della carriera in cui i dischi vengono giudicati in base a quanti episodi potrebbero finire in un ipotetico greatest hits. Per quanto mi riguarda io punterei sulla melodia con sopracciglio alzato di “Baby“, sul tiro pop di “Lei malgrado te” o sulla coda strumentale de “Il minotauro di Borges”. Il resto è riempitivo di lusso per una band che ha ormai consolidato un sound che, nutrendosi di un certo immaginario cinematografico, italico e vintage, poggia le proprie basi su solide strutture di synth analogici su cui si innestano efficaci inserti di chitarra e sontuose orchestrazioni dagli echi spesso morriconiani. Resta solo da fare un appunto sulla voce di Francesco Bianconi, uno degli autori più dotati della nostra generazione (ma anche di quella prima e probabilmente anche di quella dopo), ma che continua a cantare sempre peggio. Qualcuno, che gli vuol bene, non potrebbe chiedergli di smettere di usare quei maledetti toni bassi che gli riescono monocordi e al limite dell’intonazione e tornare a cantare come faceva a inizio carriera? Grazie. (Voto: 6,5)

ZEN CIRCUS – IL FUOCO IN UNA STANZA
Discorso analogo a quello appena fatto sui Baustelle, potrebbe essere utilizzato per il ritorno degli Zen Circus con il loro “Il fuoco in una stanza”. Il gruppo toscano ritornava dopo “La terza guerra mondiale”, se non il loro migliore, forse il disco più efficace della loro discografia, quello in cui gli echi punk-folk da buskers di strada lasciavano il passo a un energico power pop. Lo stesso che costituisce adesso la base del nuovo lavoro che, pur ponendosi in continuità con il precedente, ne arricchisce il sound con un maggior utilizzo di orchestra e pianoforte e sposta il focus tematico dei testi, puntando su argomenti maggiormente introspettivi. Non mancano in scaletta i riempitivi che nulla aggiungono al canzoniere della band che però consegna anche alcuni classici istantanei. E così “Catene” da inizio alle danze con un ritornello liberatorio, “La stagione” cita Pavese, “Il mondo come lo vorrei” è vitale, ironica e irrefrenabile, “Il fuoco in una stanza” è capace di parlare d’amore senza banalità e di riflettere sui meccanismi che conducono alla famosa età matura, “Panico” ha un bel tiro rock n’ roll, “La teoria delle stringhe” punta alle radio, ma lo fa allo loro maniera e senza concessioni e “Questa non è una canzone “ conquista con il ritornello arioso e la lunga e riuscita coda strumentale che conduce fino a “Caro Luca” ballata finale per piano e voce che non convince fino in fondo, ma che regala uno dei migliori versi di Appino: “la gloria è bastarda/ per averla alla fine devi piacere a tutti/ ma tutti no/ a noi tutti Luca non ci sono mai piaciuti”. (Voto: 6,5).

MOTTA  – PER AMORE E BASTA
Cominciare la recensione del nuovo lavoro di Motta, sostenendo che si ha nostalgia per i tempi in cui il cantautore pisano era il leader dei misconosciuti Criminal Jokers può sembrare fastidiosamente snob, ma permettetemi di precisare. Non è una questione di qualità delle proposte musicali, ma di quello di cui la scena italiana ha oggi bisogno (o forse, dovrei dire, di quello di cui ho bisogno io…). Insomma, più che un altro cantautore sincero, dotato e sensibile come sta diventando il sempre più bravo Motta, avrei preferito veder crescere lo stesso musicista alla testa di quella rock band intrigante e originale che nel 2012 con “Bestie” aveva dato vita a un lavoro fantastico dove una scrittura felicissima e intensa, corroborata da testi neri ed espressionistici, sposava un’idea di rock percussivo, vagamente post-punk e capace di inventarsi soluzioni di arrangiamento originali in ogni singolo episodio. Un lavoro che lasciava intuire grandi margini di crescita, che adesso possiamo dire essersi canalizzati nella carriera solista del leader, cantante e batterista che già nel 2016 aveva messo tutti d’accordo con il lavoro di esordio in proprio “La fine dei vent’anni” dal taglio squisitamente cantautoriale (componente comunque già presente nel sound dei Criminal Jokers). Un lavoro che, oltre a una scrittura già personale (ottima dunque la palestra fornita dal gruppo-madre), poteva contare anche sull’aiuto in fase di produzione di Riccardo Sinigallia, musicista mai troppo celebrato né per i suoi lavori solisti, né essere stato il padre nobile di quella scena romana che ha visto in Niccolò Fabi, Filippo Gatti, Tiromancino e Max Gazzé i propri protagonisti. La produzione di Sinigallia enfatizzava la scrittura aguzza di Motta, tramite l’esaltazione costante, ma mai troppo invadente dell’elemento ritmico. Adesso con questo secondo lavoro, Motta – come è giusto che sia – decide di affrancarsi dal suo mentore e decide di fare da solo (con l’aiuto del quotatissimo Taketo Gohara alla produzione e di Pacifico ai testi). Ne viene fuori un disco conciso e ispirato: nove episodi ottimamente prodotti (Sinigallia può essere fiero del suo ragazzo), in cui si rinuncia a certe asperità rock che nel precedente lavoro ancora facevano capolino, puntando piuttosto sulla stratificazione delle soluzioni di arrangiamento e sulla cura maniacale del dettaglio. Motta si conferma un artista che ha un suono ben preciso in testa e che non ha bisogno di guide esterne per esprimerlo, ma solo di collaborazioni che possono certamente arricchire una formula musicale che comunque ha il suo cuore nella scrittura e nell’interpretazione di canzoni che, se non per originalità, brillano di certo per la loro sincerità. E dunque si passa dalla sensibilità pop di singoli killer come “Chissà dove sarai” e “La nostra ultima canzone”, all’intensità dei crescendo di “Ed è quasi come essere felici”, dalle riflessioni/confessioni di “Vivere o morire” e “Mi parli di me” al ritratto femminile accorato de  “La prima volta”. Per i nostalgici dei Criminal Jokers poi, prego rivolgersi al sound percussivo, alle chitarre dapprima stomp e poi via via sempre più sghembe e rumorose, nonché ai fiati ossessivi che fanno letteralmente decollare “Per amore e basta” (Voto: 8).